Voto

7

Il trailer elettrizzante, profondo e incisivo ci aveva fatto ben sperare, come anche l’accoglienza generalmente positiva della critica. Eppure Selma non convince fino in fondo.

Ava DuVernay racconta una vicenda forse nota a pochi: tra le varie titaniche imprese portate a termine da Martin Luther King c’è anche la marcia pacifica in Alabama, da Selma a Montgomery, con l’obiettivo di far firmare al presidente Johnson – un fastidioso Tom Wilkinson – il Voting Rights Act, che avrebbe finalmente permesso ai neri di votare esattamente come i bianchi.
Conosciamo un Martin Luther King – complimenti a David Oyelowo per la magistrale performance attoriale – come non lo avevamo mai visto: è un uomo come tutti gli altri, in carne e ossa, reale, che abbandona finalmente quella dimensione mitica e quasi ideale in cui la storia lo ha relegato. Anche il premio Nobel per la Pace è preda di timori, insicurezze, preoccupazioni, ripensamenti, si affida a Dio per trarne forza, porta fuori la spazzatura, telefona a un’amica per avere conforto dalla sua voce, soffre per la lontananza obbligata da figli e moglie – consolandosi forse non nel modo più corretto, ma pur sempre umano.

Una pellicola toccante e che, nonostante tratti vicende avvenute negli anni ’60, riesce a essere attuale, grazie alla rappresentazione del fondamentale ruolo della stampa, che detiene infatti il potere di controllare l’attenzione dell’opinione pubblica e addirittura di indirizzarla. Sia Martin Luther King che il suo acerrimo nemico George Wallace – interpretato da un odioso Tim Roth – ma anche il Presidente degli Stati Uniti, cercano di impossessarsene per piegarla ai propri interessi, o di distrarla e dirottarla per evitare di essere pubblicamente condannati. Esattamente lo stesso ruolo oggi affidato ai social media, chiave di lettura anche del recente capolavoro di David Fincher Gone Girl.

selma

Spiccano a più riprese scene di violenza nuda e cruda, fin dalle prime sequenze, che suscitano una profonda indignazione nello spettatore, quasi al punto di desiderare di intervenire direttamente nella scena. Obiettivo raggiunto: creare consapevolezza storica, far ricordare e soprattutto non far dimenticare un aspetto così degradante della storia americana, superato a costo di molte – troppe – vittime.
Insomma, un’edificante lezione di coscienza civile, di rispetto e di uguaglianza. Ma risulta comunque un’insalatina scondita, che si mangia controvoglia ma è giusto farlo per mantenere la linea.
Tecnicamente ben costruito, nulla da rimproverare, e anche ricco di interpretazioni degne di nota, ma rimane piatto sia per quanto riguarda il montaggio che per la fotografia. Anzi, impera un ritmo lento lentissimo, con carrellate all’indietro alla Kubrick, ma – a differenza delle sue meravigliose inquadrature che necessitano tempi lunghi per poter essere ammirare appieno – questa lentezza è ingiustificata: non serve ad apprezzare inquadrature strabilianti, né a concentrarsi su dialoghi particolarmente pregni di significato, come avviene nel pietoso e insignificante dialogo con la moglie che chiede a King se la ami più o meno delle “altre”.
Basti pensare a grandi film su tematiche affini quali Django Unchained, 12 anni schiavo, Lincoln, American History X e L’onda per rendersi conto che a Selma manca qualcosa: dov’è finita l’autorialità “tra le righe” anche in un film di genere?

Benedetta Pini