Voto

8
 

Film che ha lasciato perplessa gran parte del pubblico e dubbiosa la critica (soprattutto a Venezia); e perché ciò dovrebbe essere un male? Chi si sarebbe mai aspettato da Bellocchio un film narrativamente didascalico e coeso? Sangue del mio sangue è un visionario, volutamente lacunoso ed ermetico, fino a sfiorare l’onirico. È una pellicola libera e provocatoria, sconnessa solo in apparenza. Tra i due episodi, o meglio, livelli del film si crea un legame ben più compatto di quanto Bellocchio stesso abbia dichiarato in alcune interviste – probabilmente per anticipare la critica amante dei film più “convenzionali”.

Marco Bellocchio parla di Bobbio, il suo paese natale, ma evita ogni tipo di autobiografismo celebrativo. La macchina da presa quasi sempre fissa, infatti, impedisce di avvicinarsi ai personaggi e di provare empatia nei loro confronti, anche nelle scene più crude; il patetismo non è sicuramente l’obiettivo del regista.

Durante la prima parte – ispirata alla vicenda della Monaca di Monza – ambientata in un convento del ‘600 il distacco dovuto alla distanza storica permette di trasfigurare un’esperienza singolare e privata – i luoghi dell’infanzia di Bellocchio, la morte di suo fratello gemello – in una forma di denuncia ben più ampia e generale. Le musiche, che ricordano quelle di Sorrentino, aiutano questo mascheramento, trasportando le vicende in un’atmosfera al limite dell’irreale.
Stacco netto, macchina sportiva rossa: la seconda parte è ambientata nel presente, il convento è diventata una prigione apparentemente abbandonata su cui ha puntato gli occhi un ricco mecenate russo. L’atmosfera cambia, e diventa surreale, frizzante, tendente all’assurdo. Ed è qui che emergono i fili conduttori del film, tutto basato su un gioco di doppi: passato-presente e dentro-fuori. Come un convento, la piccola Bobbio è chiusa in se stessa, al sicuro, protetta dal mondo esterno da un muro di sotterfugi e segreti condivisi. Anche le paure sono le stesse a distanza di secoli: ciò che è diverso da ciò che è stato per millenni, ciò che rischia di portare qualsiasi tipo di cambiamento, ciò che semplicemente rappresenta la novità, positiva o negativa che sia, fa paura, è il male (con la lettera maiuscola al tempo del convento), e va respinta a tutti i costi. 

In questa riflessione, che viene di fatto dichiarata nell’ironico e sottile dialogo tra il Conte (Roberto Herlitzka) e il dottor Cavanna (Toni Bertorelli),  Bellocchio è più chiaro che mai.

Benedetta Pini