San Diego è il frutto di un’anacronistica notte di passione tra i sonnolenti S U R F I N G, depositari dell’ortodossia vaporwave, e la giovane Kylie Minogue, esaltata dalle pulsazioni Hi-NRG predisposte da quei geniali ruffiani di Stock-Aitken-Waterman. Ad assistere all’amplesso, si dice ci fossero i Thegiornalisti, intossicati dalla grandeur delle colonne sonore di Vangelis.

Ascoltando Disco, l’abbondante album d’esordio di San Diego (al secolo Diego De Gregorio), viene spontaneo immaginare un retroscena di questo tipo, dal momento che questo musicista “figlio della colpa” non fa mistero della sua ossessione per il modernariato e ostenta le sue radici così come gli antichi romani esponevano le maschere dei loro avi. E di avi San Diego ne ha proprio tanti: canzoni come Campionessa e Meteo (per la quale il riferimento a Stock-Aitken-Waterman è tutto meno che gratuito) sono delle girandole di citazioni, dei pastiche sonori tanto farciti da suonare quasi arrabbiati, “vittime” di una forma di nostalgia particolarmente aggressiva.

Altrove, nella scaletta dei nove brani di Disco, la nostalgia viene declinata in modo diverso, in un crescendo di astuzie elettroniche: bonario (Paperopoli), lirico (Aquagym), doloroso (Meme), new-age (Dio) e chi più ne ha più ne metta. Le stratificazioni sonore raggiungono un curioso compromesso tra enfasi e giocosità; quest’ultima giunge al culmine con l’incongrua traccia conclusiva, Conchiglie. Qui Lo Sgargabonzi recita con tono ascetico un poema surrealista dalle svolte imprevedibili ed efferate: “soffiando su una piccola ferita al dito / che si era fatto mio figlio oggi in spiaggia / gli ho insufflato una bolla d’aria / ed è morto”… niente a che vedere con i meditabondi testi cantati dalla voce fanciullesca di San Diego.

Insomma, Disco è un prodotto eclettico, pieno di voli pindarici ed effetti speciali, a cui non si può negare il pregio della generosità. Per chi volesse salire sulla giostra synth-pop di San Diego, potrà farlo a Linoleum venerdì 9 febbraio.

 Andrea Lohengrin Meroni