Voto

6

Salvador Dalì è uno dei più grandi artisti del Novecento; una figura bizzarra, esplosiva e fuori dagli schemi. Raccontare la sua vita, la fondamentale relazione con Gala, la crescita cellulare della casa di Cadaqués e i continui spostamenti tra Parigi e New York non è compito facile: di fronte a un simile gigante il rischio è quello di essere soffocati dalla potenza delle sue immagini, della sua fantasia. Proprio per questo Pujol, regista di Dalì. La ricerca dell’immortalità, decide di lavorare sul pittore in maniera pulita e quasi scolastica. Lo fa per distanziare la sua mano da quella del genio eccentrico, per inscrivere l’esuberanza di Dalì in una cornice documentaria che vuole rendergli onore, e senza senza correre rischi.

Il ritmo del racconto, piuttosto compassato, è affidato a una scansione in 22 quadri o capitoli, in cui il dialogo del regista con Montse Aguer Teixidor (direttrice del Museo Dalí) e Jordi Artigas (coordinatore delle Case Museo Dalí) convive con la proposta di materiale fotografico più o meno inedito, a colori e in bianco e nero. L’obiettivo è quello di tentare una difficile separazione tra il personaggio/opera d’arte vivente Dalì e l’uomo DalìNe viene un prodotto inattaccabile e puntuale, ma che pecca di personalità e stile. I luoghi più importanti della vita di Dalì sono inquadrati in maniera asettica, senza trovate né momenti di spettacolo o rappresentazione.

Tuttalpiù il film presta una grande attenzione alle geografie, proponendo interessanti sovraesposizioni di quadri e paesaggi; una trovata semplice, eppure fruttuosa – ma non basta. La documentazione, nel complesso, risulta nuda e cruda – ma non basta: dalla strabiliante parabola artistica di Dalì si sarebbe potuto distillare qualcosa di più pirotecnico e abbagliante. Non c’è spazio per momenti lirici o carichi d’emotività, semplicemente si ripercorre ogni vicenda del protagonista: viene da chiedersi che fine abbia fatto l’ambizioso taglio del racconto proposto nel titolo da Pujol.

Ambrogio Arienti

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