1. “Do you believe in god?” “God doesn’t give a f**k”

Sacred Games si pone in maniera provocatoria rispetto alla sua patria di origine, e attraverso il filtro di Netflix riesce a schivare la rigorosa censura indiana, permettendo al mondo cupo di Mumbai di emergere: linguaggio esplicito, scene di sesso, blasfemia e sangue; senza bisogno di veli. Questa è l’India nuda e cruda. La regia di Anurag Kashyap e Vikramaditya Motwane rimane fedele all’omonimo romanzo di Vikram Chandra del 2006: dimenticate le commedie bollywoodiane e date spazio alla corruzione delle forze dell’ordine, ai gangster, al mondo torbido delle starlette e ai conflitti religiosi e politici che hanno dilaniato l’India negli ultimi trent’anni.

2. “God talks to us in stories. Our life is a story”

Gli otto episodi raccontano una saga gangster attraverso due linee temporali: la storia di Sartaj Singh (Saif Ali Khan), il classico poliziotto onesto che cerca di sventare il complotto ordito dai suoi superiori corrotti, e le premonizioni di Ganesh Gaitonde (Nawazuddin Siddiqui) relative a un evento terribile che avverrà tra 25 giorni. La narrazione incrocia i flashback sull’ascesa nel mondo criminale di Gaitonde agli eventi sulla storia socio-politico-culturale indiana, divisa da scontri religiosi, economici e di casta. Nonostante la narrazione venga filtrata dagli occhi di Singh, è Gaitonde l’antieroe protagonista (una sorta di Narcos in versione indiana), la cui storia, a metà tra misticismo e realtà, non è mai noiosa.

3. “That day I learned drugs, guns and violence are small time business. Real business is politics”

Prodotti come Narcos insegnano che la formula per il successo prevede un mix di gangster e di aneddoti storici. Non solo: La casa di carta e Gomorra dimostrano che anche prodotti nazionali possono avere un respiro internazionale. Sacred Games ne è l’ennesima prova, grazie alla fluidità della sua narrazione: in equilibrio tra colpi di scena e silenzi, Bollywood e Hollywood si incontrano, sfruttando il modus operandi occidentale e l’estetica indiana. L’India diventa così la perfetta location per risaltare i sensi: luci sfumate, colori scintillanti e pieni, dettagli che evocano e ricreano in maniera iperrealistica il Paese.

4. “I don’t want Kukoo’s magic, I want Kukoo”

Il 6 settembre 2018 la Corte Suprema indiana ha legalizzato i rapporti tra omosessuali. Questo è solo un assaggio di quanto l’India in termini di diritti della comunità LGBT sia parecchi passi indietro. Sorprende quindi la presenza di un personaggio come Kukoo (Kubra Sait), una ballerina di cabaret transessuale che non subisce alcun genere di discriminazione ed è ben inserita nell’elité dei gangster. Al contrario Anjali Mathur (Radhika Apte), agente donna dell’intelligence, subisce discriminazioni sessiste sul lavoro da parte dei colleghi. Ecco che Sacred Games ribalta la gerarchie delle caste. Una scelta coraggiosa per la prima produzione indiana targata Netflix.

5. #IncredibleIndia

Se la sceneggiatura snocciola bene le vicende gangster, la regia trasmette con efficacia la ferocia che ne deriva, sfociando a volte in quell’eccesso pulp che rende difficile per lo spettatore metabolizzare certe scene. Certo, chi mastica un po’ di “indiano” comprenderà facilmente i riferimenti storico-culturali suggeriti da certe sequenze, ma ciò non impedisce alla serie di essere fruibile anche a chi non parla una parola hindi e non conosce minimamente la cultura indiana. Sacred Games è un’epopea criminale a portata di click, in equilibrio tra le nuove tendenze e il bisogno di originalità.

Daniela Addea

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