Voto

6
 

Che sia nel futuro remoto, nello spazio profondo o nel Giappone feudale, i testi di Shakespeare sono stati sottoposti nel tempo a una serie notevole di trasposizioni,a a riprova del loro intramontabile fascino. Questa volta è Roberta Torre a cimentarsi nell’impresa, scegliendo la formula del musical dark per un nuovo adattamento del Riccardo III.  L’uomo che volle farsi re con l’inganno e il tradimento si muove qui in una Roma buia e sotterranea che un po’ ricorda la Gotham City di Tim Burton. Per le strade della città striscia una banda di freaks capitanata da Riccardo (un irriconoscibile Massimo Ranieri), fresco di rilascio dall’ospedale psichiatrico e intenzionato più che mai a eliminare i propri fratelli per conquistare le redini dell’impero criminale di famiglia.

Se la sceneggiatura sembra zoppicante e i pochi numeri musicali non sono memorabili, quello che Torre azzecca è il tono dark: un baraccone kitsch ed esagerato che proietta lo spettatore nella mente malata e divisa del suo protagonista. Il risultato è la rappresentazione di un mondo che ha il sapore della sua proverbiale crudeltà, alla quale contribuiscono in modo fondamentale i sontuosi costumi di Massimo Cantini Parrini e la fotografia di Matteo Cocco, tutta basata su colori primari e taglienti contrasti tra luce e buio, capace di restituire ai flashback la pasta dei ricordi grazie a un uso sapiente della profondità di campo.

È proprio attorno a queste memorie che gioca l’adattamento di Torre: dare a Riccardo un passato di abusi cambia di segno le sue azioni; i suoi crimini non sono più dettati dall’ambizione, ma da un disperato desiderio di autoaffermazione, sottolineato dalla regia con continui primi piani frontali. Ma è proprio questa operazione il tallone d’Achille del film, colpevole di aver trasformato la tragedia originale in una sorta di revenge movie, che spinge lo spettatore a empatizzare col protagonista giustificando suoi crimini perché, in fondo, chi li subisce li merita. Così facendo, tuttavia, si perde quella distanza emotiva che rendeva  il personaggio shakespeariano il simbolo dei peggiori vizi umani; al suo posto rimane solo un eroe tormentato da un’infanzia difficile che (forse) dice qualcosa di sé, ma nulla dell’essenza dell’animo umano.

Francesco Cirica