L’ottava edizione del Rendez-vous, Festival del Nuovo Cinema Francese comincia dalla capitale con più di 30 titoli, masterclass, incontri e anteprime. Percorrerà l’Italia per un mese, passando per Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Palermo e Torino. Dal 4 al 10 aprile ci siamo immersi in ciò che il Nuovo Cinema Francese ha da offrire, percorrendo l’evoluzione e la crescita di alcuni dei suoi principali esponenti.

Sede principale il Cinema Nuovo Sacher, mentre la Casa del Cinema e l’Institut français – Centre Saint-Louis hanno ospitato alcune sezioni speciali. In apertura il focus dedicato a Valeria Bruni Tedeschi, seguito dalla proiezione de La pazza gioia (2017) di Paolo Virzì, che le è valso il quarto David di Donatello come Migliore protagonista. L’attrice e regista italiana naturalizzata francese si è sempre destreggiata fra le due cinematografie, fino a rappresentare un punto di contatto. Con lei iniziamo a inoltrarci nelle terre del cinema francese d’autore, insieme a tante altre donne forti, intimamente fragili, ma sempre disposte a rimettersi in gioco.

Donne-principio di vita, donne-mantidi, donne-bambine, tanto libere e incoscienti quanto assennate. Sono loro a indicare la rotta ai personaggi maschili che, anche quando protagonisti, ruotano attorno a loro come satelliti. Le donne di questo cinema francese assumono una grandezza mitologica, mentre degli uomini, sempre definiti in funzione di una donna, vengono messi in risalto gli aspetti più ridicoli della loro mascolinità. Ed è così che il personaggio di Paul Dédalus (Mathieu Amalric) ne I miei giorni più belli (Trois souvenirs de ma jeunesse, 2014) di Arnaud Desplechin è soltanto un uomo che ha goffamente amata una donna.

A questo proposito Desplechin, cui è stata dedicata un’ampia sezione del Festival, sostiene che vi sia una sorta di contratto misterioso fra la macchina da presa e la donna, frutto di una corrispondenza fra l’inizio del cinema moderno e l’esplodere dell’emancipazione femminile. Come può dunque il cinema non parlare di donne?

Partendo dalla sezione documentari, incontriamo Blanche Moreau in Une jeune fille de 90 ans di Valeria Bruni Tedeschi e Yann Coridian. Toccante e commovente, il film consente di assistere ad alcune fasi del lavoro svolto dal coreografo e danzatore Thierry Thieû Niang con i pazienti del reparto geriatrico dell’ospedale Charles-Foix d’Ivry. Sorrisi e ricordi riaffiorano a ritmo di danzaIn Blanche, malata d’Alzheimer, rifiorisce la memoria dell’amore alla tenera età di 90 anni con la stessa spontaneità del sentimento che travolge la seducente Esther (Lou Roy-Lecollinet) nel fiore dell’adolescenza ne I miei giorni più belli.  

E poi c’è la risoluta Isabelle al centro del racconto di L’amore secondo Isabelle (Un beau soleil intérieur, 2017): un’incantevole Juliette Binoche nei panni di una cinquantenne – madre e divorziata – alla ricerca del vero amore. Isabelle è l’emblema di tutte quelle donne apparentemente in balia degli uomini ma in realtà artefici di ogni situazione, mentre nessuno dei loro partner sembra essere all’altezza. La solitudine, la psicanalisi, la ricerca della propria identità sono altri fil rouge delle protagoniste di questo nuovo cinema francese, che raggiungono l’apice emotivo con i camera-look di Desplechin.

Per il personaggio di Sylvia (Charlotte Gainsbourg), ne I fantasmi d’Ismaël (Les Fantômes d’Ismaël, Arnaud Desplechin, 2017), film d’apertura allo scorso festival di Cannes, la vita passa à côté: è un’astrofisica che guarda la vita da lontano, proprio come quando osserva le stelle. Da spettatrice discreta decide di buttarsi nel flusso della vita per condividerla con il regista Ismaël Vuillard (Mathieu Almaric), a cui è legata sentimentalmente. E anche quando il loro equilibrio si inceppa, Ismaël troverà in lei la sola via di uscita per salvarsi dai propri fantasmi; sarà lei che strapperà la sua maschera e farà di lui un principe. La paura della solitudine tratteggia anche Carlotta (Marion Cotillard), la moglie di Ismaël, avvolta nel mistero di una scomparsa durata 21 anni, che sembra avere il potere di prendersi ogni cosa. Questo personaggio resta ambiguo fino all’ultima inquadratura: un petit ange o un petit diable?

Anche L’Atelier (2017) di Laurent Cantet vede una donna come protagonista. Olivia (Marina Foïs), famosa scrittrice parigina, dirige un laboratorio di scrittura a La Ciotat. Oltre alle difficoltà legate alla creazione artistica dell’ultima fase del suo romanzo, Olivia dovrà confrontarsi con i dissidi interni al gruppo di adolescenti che partecipano al laboratorio, regalando un prezioso ritratto della gioventù francese odierna.

Discorso a parte per film più atteso del Festival, Doppio amore (L’Amant double, 2017) di François Ozon, tratto dal racconto Lives of the Twins di Joyce Carol. Perturbante e complesso, il film travolge lo spettatore in un labirinto di specchi, in cui i personaggi si trovano a fronteggiare il proprio gemello fino a cadere nell’abisso inconscio della nevrosi. Chloé (Marine Vacth) è fragile quanto sicura del proprio potere di seduzione. Sarà lei ad avviare gli ingranaggi della delirante macchina del doppio, giocando fra sedotti e seduttori, oscillando fra l’essere l’uno e l’altro.

Si conclude così il Rendez-vous. Un festival itinerante e prezioso. Un festival che parla di donne in tutte le loro sfaccettature. Infine, un festival capace di portare sguardi inediti sui nostri schermi, dove il rischio che prodotti di questo tipo non trovino un’adeguata distribuzione è sempre, purtroppo, molto alto.

 Fosca Raia

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