Voto

7.5

Al suo esordio nel lungometraggio, il giovane cineasta belga Lukas Dhont ha presentato a Cannes una pellicola che non può fare a meno di rapire. Girl, avvolgente e personale, trascina lo spettatore nel mezzo delle inquietudini adolescenziali di Lara (Victor Polster), un’aspirante ballerina nata in un corpo maschile che in piena fase adolescenziale vive nel limbo di un corpo sempre più femminile, in attesa del giorno in cui potrà operarsi e riconoscersi finalmente nel proprio aspetto. Sostenuta dalla famiglia, in particolare dal fratellino (Oliver Bodart) e dal padre (Arieh Worthalter), premuroso e deciso ad amarla incondizionatamente, Lara ha da poco intrapreso una terapia ormonale preparatoria all’operazione per diventare una ragazza. Il suo spirito è legato a un corpo che non la rappresenta, così come i suoi piedi maschili, inquadrati spesso sanguinanti, sono costretti nelle scarpette a punta.

Girl si muove sulle corde di quest’ambiguità non solo del corpo di Lara, ma anche dei suoi compagni e delle sue compagne, alcuni dalle forme ancora ibride e poco delineate come le sue, altri femminili e formosi, sui quali la macchina da presa si sofferma a lungo, facendosi espressione del bruciante desiderio di Lara di essere una di loro. Il vero protagonista del film è il corpo. Un corpo che soffre, continuamente schiacciato, nascosto e stremato. Sequenze e movimenti di macchina leggeri studiano questi corpi in trasformazione, cogliendone ogni fremito, fra piroette e pas de bourrée, avvolgendo in particolare quello di Lara.

Victor Polster, la cui delicata bellezza conferisce a Lara un’aura regale, cura ogni suo gesto con consapevolezza, dall’amore con cui si prende cura del fratellino all’autodistruttiva perseveranza con cui si dedica alla danza. È infatti la tenacia di Lara il fil rouge dell’intera narrazione, che raggiunge l’apice nella sequenza in cui la ragazza, quasi stregata, balla con gli occhi pieni di lacrime, senza fermarsi mai sebbene le gambe la reggano a stento.

Dall’inizio alla fine del film l’organo genitale diventa la chiave con cui approcciarsi al genere, quell’escrescenza tanto detestata da Lara e che differenzia realmente i maschi dalle femmine. La dolcezza con cui Victor Polster, nei panni di Lara, si accosta a questo personaggio dai tratti delicati, la franchezza con cui vive il suo dolore e come questo non gli permetta di relazionarsi liberamente con il resto del mondo danno prova di un’interpretazione sorprendente.

Dhont sceglie di seguire Lara nella sua quotidianità dalla luce calda gialla-arancio, accompagnata da musiche delicate e a volte quasi impercettibili. Il racconto è immerso in un’atmosfera dolceamara, dove serpeggia l’insicurezza di Lara, riflessa ogni giorno da quegli specchi che, in camera sua, nell’ascensore, in sala prove, continuano a ricordarle la sua insoddisfazione. La camera la scruta, sempre con rispetto, anche nei suoi momenti più intimi, regalando diverse sequenze agli infiniti momenti in cui la ragazza si guarda nello specchio della sua cameretta. Lara cerca impazientemente i mutamenti del suo corpo, cerca il riconoscimento primario – riprendendo Lacan – in tutte le pareti riflettenti che incontra, senza il quale non è in grado di riconoscersi negli altri. “Penserà che sono un maschio o una femmina?” è una costante che martella la mente di Lara, e dello spettatore.

Girl è emotivamente forte. Commovente la relazione fra Lara e suo padre, che è un sali e scendi di momenti di serenità, a solo volte apparente, e di tensione, così come lo è tutto il film, fino al climax finale. Con una fotografia morbida e luminosa che ricorda i lavori di Dolan e una sceneggiatura che si dispiega con naturalezza, Dhont dà vita a un piccolo gioiello cinematografico.

Fosca Raia e Clara Sutton

Potrebbero interessarti: