Il vecchio è il vero nuovo. Nessuna definizione risulterebbe più esatta di questa per descrivere il nuovo spettacolo di Marie Chouinard Radical Vitality, Solos and Duets (a collection of revisited works), presentato qualche giorno fa in prima mondiale alla Biennale Danza 2018, diretto dalla coreografa. Un festival che propone la danza contemporanea in tutte le sue sfaccettature più avanguardistiche, ben lontane dalla coreografia intesa come corpi che danzano su passi prestabiliti attinti dal vocabolario del balletto classico o dal linguaggio della danza contemporanea.

In scena il corpo si muove libero da ogni canone, le azioni sono mutuate dal quotidiano e rese comunicative dalla forza esplosiva dei performer; spesso la ripetizione del movimento semplice e riconoscibile apre le porte dell’immaginazione dello spettatore, il quale riceve stimoli concreti ed inequivocabili che lo guidano nel proprio inconscio verso una sorta di catarsi. All’interno di questo contesto così sfacciatamente contemporaneo, che rincorre la novità e la definizione di un linguaggio sempre più attuale e lontano dai codici della danza, Marie Chouinard propone in prima assoluta una collezione dei suoi lavori passati più significativi, creati dal 1979 al 2015.

In uno spazio meno istituzionale del teatro della Biennale e che tuttavia non ha nulla da invidiarle in fatto di bellezza e di stimoli, ovvero una terrazza che si apre sulla laguna del Lido di Venezia, abbiamo fatto due chiacchiere con Marie Chouinard.

Da dove viene e che cosa ha ispirato il tuo ultimo lavoro?
Solos and Duets non vuole essere una greatest hits della mia carriera, una dimostrazione dei miei lavori passati: è più che altro una collezione di soli e duetti presi da varie opere dettata dall’esigenza, questa volta, di non creare qualcosa di nuovo, bensì di rivisitare sotto altri aspetti e sotto una luce diversa dei pezzi già esistenti, come fanno i pittori che per tutta la vita disegnano la stessa ninfea modificandone dettagli lievissimi. Un’occasione per divertirmi a creare uno spettacolo nuovo prendendo materiale già esistente e dandogli una nuova vita.

Lo spettacolo presentato in prima mondiale è composto da trenta parti (per un totale di centocinquanta minuti) tratte dai suoi più grandi successi, tra cui bODY_rEMIX/gOLDBERG_vARIATIONS (Biennale Danza 2005), in cui i danzatori utilizzano strumenti quali stampelle, protesi, sbarre orizzontali, microfoni, scarpe da punta per esplorare forme inusuali del corpo scoprendo attraverso la fatica, il piacere e la libera improvvisazione nuove dinamiche e nuove gestualità che ricreano la complessità dell’essere umano. E poi Le Cri Du Monde (Toronto, 2000): danza estatica, motore implacabile che tritura i corpi degli interpreti mettendone a dura prova i giochi di tensione presenti nell’architettura degli stessi, estraendone la gioia di vivere.

E ancora, The Golden Mean (Vancouver 2010), presentazione di “esseri viventi” provenienti da un futuro lontano e amichevole che, attraverso la loro acutissima percezione sensoriale, inducono lo spettatore a prestare ascolto ai propri sensi in un modo nuovo e inaudito. Infine Les Trous Du Ciel (Utrecht 1991), prima opera in cui i vari percorsi seguiti nel corso degli anni dalla coreografa confluiscono e assumono una forma che diventerà ricorrente nei suoi lavori futuri; ad esempio il particolare utilizzo della voce in contemporanea al movimento e la danza e lo spazio scenico intesi come tempio celebrativo dell’essere umano nelle sue radici ancestrali connesse alla natura – come avviene in questa pièce, fortemente ispirata ai riti e ai ritmi delle società tribali del nord Europa.

Nel tuo lavoro non c’è mai solo coreografia, c’è arte visiva, performance design nei costumi: come ti definisci? E da dove è iniziato tutto?
Sicuramente io mi definisco principalmente coreografa. Tuttavia è vero che ho iniziato dalla performance art: inizialmente facevo cose varie come installazioni, disegni, creazioni più performative, che mi hanno portato col tempo alla coreografia più in senso stretto. È iniziato tutto per caso: un giorno la mia insegnante di balletto mi cacciò dalla classe perché riluttante a far parte del suo spettacolo. Io, tristissima, mi chiusi in una sala per ripassare la lezione, sperimentando nuovi movimenti e nuovi modi di interpretare i passi di danza classica: a un certo punto una donna mi vide e mi chiese di mostrare cosa stessi facendo a dei suoi colleghi. Io dissi di sì, non so perché, e solo dopo scoprii che queste persone stavano cercando nuovi coreografi da inserire in uno spettacolo: mi chiesero di presentare un lavoro che fu un grande successo e da lì, per caso, tutto ebbe inizio.

Da cosa nasce il tuo linguaggio che definirei “naturale”?
Quando sei da solo e danzi dei passi che fai tutti i giorni in classe [si alza e si dirige verso la ringhiera della terrazza usandola come sbarra per dimostrarmi nel pratico le sue parole]ti muovi in modo diverso, più libero: questo è ciò che feci quel giorno in sala da sola, iniziai a fare dei movimenti nuovi e a chiedermi da dove venissero e perché, concentrandomi sulla sensazione che mi davano. Questa attenzione alla sensazione e al gusto che un gesto genera nel corpo mi accompagna da sempre, unito al piacere nel vedere la forma, la pulizia tecnica. Da qui nasce il mio linguaggio espressivo, totalmente basato sul naturale piacere del corpo che lo interpreta.

Dal foglio di sala emerge che molti dei soli proposti nella serata erano in origine interpretati dalla coreografa stessa. Marie Chouinard ha infatti dedicato i primi quindici anni della sua carriera a creare coreografie su se stessa, definendo così il suo linguaggio, riconoscibile anche nelle sue ultime creazioni; un linguaggio fatto sia di tecnica riconducibile alla danza classica, sia di sistemi di movimento del tutto originali, nei quali protagonista assoluta è la spina dorsale, colonna portante del corpo umano, binario naturale che connette l’uomo alla terra e al cielo, capace di trasformare l’interprete rendendolo bestiale, terreno, alieno, naturale, feroce, animalesco, ma anche leggero, diafano, aeriforme, elfico.

Fondamentale in questo linguaggio è l’approccio somatico. L’espressione fisica, sia in termini di movimento che di suoni, è una risultante dell’ascolto costante di quella parte del corpo che non si vede, che rimane sotto la pelle: la vita biologica dell’essere umano connessa indissolubilmente alla natura, all’acqua, alla terra, all’aria, alle energie che generano un movimento interno continuo e invisibile, che è motore e sorgente del gesto e dell’azione scenica. Da questo processo nasce una danza che è movimento di liquidi, di ossa, di respiro, di voce, di pelle, una danza totale, naturale, autentica.

Com’è essere la direttrice di Biennale Danza?
La risposta è molto semplice: amo questo posto, amo Venezia, l’Italia, la lingua italiana, le persone. Mi sento a casa e sono estremamente felice di questo lavoro.

Giada Vailati

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