Voto

8
 

Non c’è termine che possa rappresentare la cifra stilistica dei Queens of the Stone Age meglio di Villains, settima fatica in studio che, a tre anni di distanza dal loro album più variegato – sia a livello di arrangiamenti che di collaborazioni (…Like Clockwork) –, permette alla band californiana di collocarsi precisamente tra il loro passato (Rated R, Songs for the Deaf) e i loro lavori più recenti (Era Vulgaris).

Lavorare in studio con Mark Ronson, tra i produttori pop più redditizi dell’ultimo decennio, si è rivelata una mossa tanto azzardata quanto vincente: Villains straripa di una nuova linfa artistica che, attingendo dal loro solito mix di hard rock, stonerboogie e goth, dà vita a momenti travolgenti. “I was born in the desert May 17, in ’73”, ci tiene a precisare Homme nell’apripista Feet Dont Fail Me, che insieme a The Way You Used To Do rappresenta il lato più sfavillante dell’album, pregno di drumming ossessivo e riff cadenzati che flirtano con lo psychobilly dei The Cramps.

Fortress e Villains of Circumstance – meravigliosa l’apertura pop rock dopo l‘intro strumentale di quest’ultima -, con i loro arrangiamenti dark e gli oltre cinque minuti di durata, sono tra i passaggi più pregevoli di un album che, nonostante sia composto solo da nove brani, sa essere anche una condensa di contenuti tanto cari alle “regine”. In Un-Reborn Again, pezzo sinuosamente glam che rievoca i T-Rex, Homme, trova il verso perfetto per riassumere i vent’anni di carriera con i Queens of the Stone Age: “Well, Chi Chi gone shake/Chi Chi gone shake/Ti rompo il culo/Se magnifiqué ode lay”. Ironici, sfacciati e teatrali.

Christopher Lobraico