In breve: Sanza ‘nfamia e sanza lodo


Il corpo dell’uomo, più precisamente il corpo nudo del maschio
, possente, smilzo, storto, grasso, rachitico, imperfetto, plastico che sia, ha una forza visiva notevole, crea un grande impatto sullo spettatore. Se questi corpi in scena sono quaranta, l’effetto è decisamente travolgente.

Lo spettacolo di Olivier Dubois, Les mèmoires d’un seigneur, è impregnato di questo testosterone preponderante, anzi, ne fa il suo principale contenuto. Mettendo in scena la storia di un uomo, forse un antico sovrano, Dubois disegna la parabola della sua vita in relazione al popolo, dall’ascesa al potere e infine all’oblio – queste le intenzioni dichiarate nel foglio di sala. In verità, è difficile soffermarsi sul contenuto in uno spettacolo basato sulle immagini, nel quale si può dire che non si colga alcun filo conduttore, ma si goda soltanto della forza visiva di una vera e propria orda umana.

Interessante l’operazione registica del coreografo, che ha scelto di assegnare la parte della folla a quaranta uomini non danzatori, i quali, nella più totale naturalezza di movimento, ora aggrediscono il loro sovrano (interpretato da Rémi Richaud), ora lo celebrano, ora lo ignorano, semplicemente camminando, correndo, sussurrando parole da dietro le quinte, creando piramidi umane con i loro corpi a torso nudo. Interessante anche la scelta di rendere la presenza del sovrano, nonché unico danzatore del cast, totalmente inutile allo svolgimento dello spettacolo, dato che l’unico vero protagonista è il popolo caotico.

Olivier Dubois non è nuovo a creare pièce di questo tipo, stupefacenti per il numero di interpreti in scena e per la semplicità dei gesti, capaci tuttavia di offrire qua e là qualche chicca bizzarra (non dimentichiamoci che per quattro anni ha collaborato con Jan Fabre): così è successo anche in questo caso, con un intero siparietto del sovrano che si contorce a terra emettendo versi animaleschi, tossendo con foga incessante. La musica, così come la scenografia ridotta all’osso, non aiutano a generare atmosfera né contenuto, sono piuttosto elementi di servizio, volti a dare giusto quel “brividino” in più nelle scene di corsa forsennata.

Possiamo comunque dire che la messa in scena di questo spettacolo sia riuscita come esperimento sociale, facendo leva sull’entusiasmo di quaranta persone che, sognando il palcoscenico, l’altra sera hanno regalato la loro anima al pubblico della Triennale.

Giada Vailati

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