Voto

9

Nel panorama rap mondiale degli ultimi vent’anni Pusha T è sempre stato idealizzato come un unicorno, una figura mitica capace di stravolgere canoni e processi creativi. Questo era Pusha T sin dai tempi dei Clipse, questo è Pusha T ancora oggi, dopo l’uscita del suo terzo album Daytona. Sette tracce per un totale di ventuno minuti da cui traspare la firma del deus ex machina Kanye West, produttore unico dell’album e direttore creativo – sua la scelta di utilizzare come copertina una foto del bagno in cui fu ritrovato il corpo di Whitney Houston, morta a causata di un abuso di farmaci e droghe.

Il coke rap è la pietra angolare su cui Pusha T ha costruito le sue fortune, e Daytona non fa eccezione: è un album che mette sul piatto street credibility, successo, potere e politica. Non ci sono compromessi pop (“I’m too rare amongst all of this pink hair … ooh!”) ma solo liriche feroci e batterie cupe costruite attorno al flow di Pusha T.

Nel mirino del rapper newyorchese non finiscono solo i suoi colleghi (Infrared, la traccia finale che è stata la miccia per avviare il dissing con Drake), ma anche le istituzioni: Pusha T infila il dito nella piaga dell’epidemia di crack che colpì l’America tra e il 1984 e il 1990, distruggendo la comunità afroamericana lasciata sola dal governo Reagan (Come Back Baby); e poi parla del successo come frutto di scelte scomode, da costruire a ogni costo e con ogni mezzo (Hard Piano feat. Rick Ross).

Pusha T è questo: uno che ha flirtato con ciò che di peggio la vita avesse da offrire prima di diventare un re. Un percorso che si legge tra le strofe di What Would Meek Do?, penultima traccia dell’album feat. Kanye West, che vive la sua popolarità quasi divina come una maledizione, frutto di scelte spesso poco condivisibili (“Will MAGA hats let me slide like a drive-thru?” è il verso che fa riferimento alla sua scelta di sposare la causa Trump).

Daytona è un album dedicato a chi vive ancora dell’eredità lasciata da My Name is My Name e King Push: Darkest Before Dawn: un album nato dal cuore pulsante della discografia di Pusha T, che si espande pur rimanendo fedele alla propria natura oscura e terrena. Ecco perché Daytona merita di essere ascoltato, pesato in ogni sua parola e sviscerato in ogni sua traccia: un esercizio duro, ma tremendamente appagante.

Matteo Squillace

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