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Quando le strade di Londra pulsavano di fermento e chitarre distorte, i The Clash sfondavano i confini di genere, trasformando il punk in qualcosa di nuovo
, influenzato e influenzabile. Quella di Joe Strummer (al secolo John Graham Mellor) è la storia di una personalità artistica che, sfruttando l’ondata della rivolta, è emersa con il proprio bagaglio di cose da dire. Ma non si è trattato solo di questo: la band che ha reso celebre il nome dello “strimpellatore” ha reinterpretato i giri in maggiore del punk contaminandoli con la roots music e il reggae, ma ha anche dimostrato che il grido dell’outlaw culture britannica poteva essere indirizzato verso un ideale.

In occasione del quindicesimo anniversario della morte del compositore, cantante e chitarrista del gruppo londinese – avvenuta, a soli cinquant’anni, il 22 dicembre 2002 a causa di un attacco cardiaco – tracciamo un breve profilo della sua persona, a partire proprio da ciò che ha lasciato in eredità al mondo: la sua musica.

Tutto è iniziato con White Riot. A dire il vero, Strummer suonava già da qualche tempo del buon pub rock con i The 101’ers, ma è solo nel 1976 che lo stimolo a inseguire qualcosa di nuovo ha dato alla luce i The Clash. Mentre il punk londinese assumeva i contorni della protesta violenta contro lo status quo, quello del gruppo si distinse subito per l’approccio più consapevole, carico della fiera ideologia sinistroide del collettivo. White Riot parla appunto di una rivolta, quella che i giovani bianchi avrebbero dovuto fomentare dopo gli scontri razziali del Carnevale di Notting Hill. La canzone compare nel primo album eponimo della band. Uscito nel 1977, il disco si dimostrò più ricercato rispetto ai lavori di altri gruppi affini ai The Clash nel genere (i Pistols in primis).

Ma era solo l’inizio: il talento dei membri del gruppo e le diverse influenze che ne caratterizzavano il vissuto musicale hanno permesso alle loro produzioni di seguire una sensibile evoluzione, che in soli cinque anni li ha portati a pubblicare cinque album di assoluto valore. Da Give ‘em Enough Rope (1978) a London Calling (1979) – capolavoro la cui sperimentazione ha trasformato il punk delle origini in quello che è diventato il sound inconfondibile della band– passando per Sandinista! (1980) fino a Combat Rock (1982), i The Clash hanno solcato una traccia indelebile nella storia della musica, lasciando un’eredità musicale destinata a influenzare decine di esperienze post-punk nel corso degli anni Ottanta e Novanta.

Joe Strummer era la voce tonante di questo tumulto. La vocazione musicale che ricevette all’età di undici anni ascoltando un brano degli Stones spalancò di fronte a lui la carriera: dopo un’infanzia itinerante (a causa dei continui spostamenti del padre) e travagliata (a diciotto anni dovette riconoscere il cadavere suicida del fratello nazista), Strummer intravide nella musica una possibile via di fuga dalla vita e dalle limitazioni che la scuola cercava di imporgli. Dopo le prime esperienze da musicista di strada e insieme alla prima band, i The 101’ers, è con i The Clash che esplose la sua fama: il resto è storia. Dopo lo scioglimento, dovuto a tensioni tra i membri del gruppo, Strummer si buttò senza successo nel cinema e in una carriera solista, rivedendo la luce solo con i Mescaleros nel 1999.

Ciò che ha caratterizzato i cinque anni di attività dei The Clash è stata una militanza strenua e senza sosta: Strummer, e con lui tutti i componenti della band, ha sempre rifiutato la critica sterile propugnata dal punk della propria generazione, propugnando con forza una consapevole presa di coscienza da parte dei giovani britannici, spinto dalla volontà di smuovere le folle per cambiare le cose. L’avversione contro la monarchia e il sistema borghese, noncuranti dei desideri e delle esigenze della popolazione, erano gli ideali del musicista, promossi attraverso le sue canzoni. Contro tutto e tutti, Strummer è stato il portavoce di una generazione arrabbiata e bramosa di cambiamento, assetata di giustizia ed ebbra di ideali focosi: bastò una chitarra, non più solo arrabbiata ma consapevole, a scatenare un vero e proprio White Riot.

Riccardo Colombo

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