Forse non verrà ricordato come uno dei film concerto più interessanti e rivelatori della storia del cinema. Cionondimeno Sign ‘o’ the Times di Prince – che per soli due giorni, il 21 e il 22 novembre, ritornerà nelle sale dopo trent’anni precisi dalla sua uscita – è il perfetto biglietto da visita (ora purtroppo postumo) del suo autore, che nel 1987 era un geyser di creatività e di energia: quest’opera caleidoscopica, che ricalca abbastanza fedelmente la struttura del doppio album omonimo, mostra un artista con gli occhi sia davanti che dietro, come le mosche…

Infatti da un lato Prince è completamente assorbito dall’auto-celebrazione del suo portentoso, flessibile, piccolo corpo interamente musicale; dall’altro però è del tutto consapevole anche degli eventi spettacolari più minuti che avvengono alle sue spalle, in ogni singola porzione del palco, e sa benissimo come esaltarli. A questo scopo usa lo spazio scenico come una fisarmonica, aprendolo e stringendolo in continuazione e creando prospettive sempre nuove. Nella scaletta del concerto – eseguito ad hoc ai Paisley Park Studios per essere ripreso – si segnalano alcuni brani come Housequake e Hot Thing che sembrano pensati apposta per stimolare un montaggio surriscaldato come quello realizzato da Steve Purcell, abile a sua volta nel sottolineare le prodezze dei componenti della band di supporto, anche loro validi showmen.

Insomma, tecnicamente Sign ‘o’ the Times è realizzato davvero a puntino (se si eccettua il maldestro inserimento del videoclip di U Got The Look), e vederlo su grande schermo vuol dire entrare in una tavolozza di colori al neon, ma anche tuffarsi nel discutibile e variopinto guardaroba del Gran Sacerdote del Pop. Inoltre solo l’impianto audio di un cinema può rendere giustizia allo squadrone dei tecnici del suono che si sono prodigati a restituire la ricchezza sonora dell’esibizione di un artista reputatissimo per la fantasia dei suoi arrangiamenti tutti genio e sregolatezza. Ad ogni modo, già che c’era, Prince avrebbe potuto ripensare un pochino i tempi del concerto in vista della realizzazione di questo film. Dal vivo ha perfettamente senso far durare all’infinito la coda di alcuni dei brani conclusivi (nello specifico quella del mashup tra Forever in My Life e It), dato che il pubblico non desidera altro che protrarre l’emozione il più a lungo possibile. È il vantaggio della mitologica “aura” benjaminiana, che però – si sa – al cinema manca (perché l’evento non è irripetibile), quindi le lungaggini risultano esattamente per quello che sono.

Ciò detto, i vantaggi di Sign ‘o’ the Times superano abbondantemente gli svantaggi e, in un mondo ideale, il suo breve ritorno nei cinema sarebbe sufficiente a convertire una fiumana di neofiti, oltre a rinsaldare i cuori infranti degli orfani del geniale Purple One. 

Andrea Lohengrin Meroni