Voto

7
 

Vincitore di tre Premi César (i cosiddetti “Oscar francesi”) come Migliore opera prima, Miglior attore protagonista e Migliore attrice non protagonista, Petit Paysan è il fortunato debutto al cinema di Hubert Charuel. Una storia che dipinge con delicatezza e forte naturalismo una piccola realtà: una fattoria e un allevatore di vacche, Pierre (Swann Arlaud), in lotta contro un’epidemia vaccina che minaccia gli allevamenti francesi. Un racconto vicino al giovane regista, nato e cresciuto in una fattoria come il suo protagonista, che decide di raccontarsi e di raccontare ciò che ha vissuto e interiorizzato durante la propria vita.

Pierre è un ragazzo caparbio, innamorato di ciò che fa; d’altronde, come sottolinea a metà film, “non so fare nient’altro”. Vive ancora con i genitori, che lo trattano come un ragazzino incapace di prendersi cura di sé, a differenza della sorella Pascale (Sara Giraudeau), una veterinaria brillante e intraprendente. La vita di Pierre ruota attorno alle vacche, tanto da ritrovarle nei propri sogni e persino somatizzarne le pene. E quando una delle mucche comincerà ad accusare i segni dell’influenza, Pierre presenterà gli stessi sintomi fisici, vedendo sulla propria pelle le bolle sanguinolente comparse prima sul manto delle vacche.

Ma è solo nel momento in cui la minaccia si fa concreta che, finalmente, l’allevatore si sveglia dal torpore nel quale vive e spinge l’acceleratore sulla trama, trasformandola in un piccolo noir. I movimenti di macchina e la fotografia costruiscono un racconto “del reale”, dal sapore documentaristico e fortemente drammatico, soprattutto nelle scene in esterno notte, ricche di contrasto a sostegno di un pathos sempre più crescente. Arguto anche l’utilizzo della colonna sonora originale: il ritmo frenetico dei tiralatte si mescola alle percussioni e ai bassi della musica, diventando quasi una cosa sola.

Caterina Prestifilippo