Voto

6

La storia di Henri “Papillon” Charrière è una di quelle vicende talmente incredibili da non poter sfuggire al destino di divenire film. L’uomo capace di evadere da una colonia penale progettata per spezzare qualsiasi resistenza e residuo di volontà nei detenuti è materiale da leggenda, così come leggenda è il film del 1973 ispirato alla sua fuga, che valse il Golden Globe al suo protagonista Steve McQueen.

Con un tale passato a cui tenere testa, il remake firmato da Michael Noer decide di non prendersi rischi e si iscrive nel solco degli adattamenti più convenzionali. Le scene di tensione sono sorrette da un tema di percussioni e i momenti di azione raccontati attraverso la steadycam; il resto è affidato a una sceneggiatura che si impegna a spiegare ogni dettaglio attraverso i dialoghi piuttosto che suggerirlo con le immagini, dilungando eccessivamente la durata del film.

Solo per un momento Noer sembra rischiare: quando, seguendo il suo protagonista rinchiuso in isolamento, sceglie di calare lo spettatore nello stesso silenzio assoluto in cui lui è costretto a vivere, immergendo chi guarda in un ambiente sonoro irreale, fatto solo di audio d’ambiente. Ma è solo un momento: la colonna sonora irrompe e il film torna su binari più canonici, rimanendo un prodotto d’avventura senza infamia, senza lode e, in definitiva, senza sapore.

Francesco Cirica