Ci sono espressioni, di solito formate da tre parole, di cui spesso si ignora l’origine: “sole, cuore, amore”, “sesso, droga e rock and roll” e così discorrendo sembrano far parte del nostro vocabolario da sempre, il loro ritmo suona tanto bene in testa da non avere bisogno di essere spiegato con definizioni, con ricerche etimologiche, con analisi morfologiche, con approfondimenti storico linguistici, insomma, con Wikipedia.
Tuttavia, a volte la curiosità spinge l’essere umano a superare i propri limiti e digitare uno di questi famigerati trittici su Google: “Pane, amore e fantasia”, espressione nota da sempre, ma mai usata, la cui origine è spesso sfuggita ai più.

Bene, si scopre, come forse alcuni di voi già sapranno, che “Pane, amore e fantasia” è un film, classe 1953.

Si scopre che gli attori principali sono due: Vittorio De Sica (4 Oscar per il Miglior Film Straniero in veste di regista tra il 1948 e il 1972) e padre dell’oggi più noto Christian, e Gina Lollobrigida, sex symbol del cinema italiano del secondo dopoguerra – di cui avevo sempre ignorantemente storpiato il nome in “logobrigida”, prima che il lume della ragione di Google mi facesse notare l’errore e illuminasse, tra l’altro, il decolté della suddetta LOLLOBRIGIDA, dando conseguentemente un significativo contributo al processo di memorizzazione del suo reale cognome.

paf8

Dunque, interrotti da una doverosa analisi del decolté sopra menzionato, si scopre infine che il film è diretto da Luigi Comencini: uno dei padri di quel genere di cui Pane, amore e fantasia rappresenta il precursore forse di maggior successo e che verrà in seguito definito dalla critica come “commedia all’italiana”. Discostandosi dalle tematiche “impegnate” del Neorealismo, la commedia all’italiana racconta in veste comica le contraddizioni della allora nascente società borghese, fotografando storie comuni di personaggi comuni, come sono appunto quelli di Pane, amore e fantasia.

La pellicola, infatti, ambientata nel fittizio paese dell’Italia Centrale di Sagliena, quadro emblematico di una provincia italiana che attraverso la sua voglia di ricominciare riesce a superare gli strascichi della guerra appena conclusa, vede il maresciallo Antonio Carotenuto (De Sica), inguaribile donnaiolo, occuparsi di tutto tranne che dei propri obblighi di carabiniere. La conoscenza della ragazza al contempo più bella e più povera del paese, soprannominata da tutti “La Bersagliera” (Gina Lollobrigida) e segretamente innamorata del carabiniere Stelluti, è il fulcro introno al quale si muovono le vicende di questo film.

paf7

Il soggetto, dello scrittore e sceneggiatore Ettore Margadonna, costruisce con un taglio caricaturale le varie maschere della società del tempo (il maresciallo suadente, la ragazza risoluta, il giovane timido e così via) ed è impreziosita dai dialoghi, volutamente caratterizzati da forti connotati popolari e dialettali. A tal proposito, all’uscita del film, un critico d’eccezione come Alberto Moravia dichiarò che il pregio maggiore della pellicola fosse «[…] il superamento del dialetto stesso attraverso la moralità della storia e dei personaggi. Il dialetto, insomma, appare qui come un mezzo e non come il fine della rappresentazione» (Alberto Moravia, Cinema italiano, Recensioni e interventi 1933-1990, Bompiani).

Conquistando l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1954, la pellicola proiettò la Lollobrigida nel firmamento delle star internazionali e vide l’affermarsi del personaggio dell’attempato donnaiolo ideato da De Sica (padre) ed emulato fino allo sfinimento dal figlio, dando inoltre nuovo lustro alla carriera dell’attore e regista laziale “molto celebre negli anni trenta, ma arrivato a un punto che le locandine a volte non menzionavano nemmeno più il suo nome” – disse lo stesso Comencini, intervistato da Lorenzo Codelli nel 1973. Sulla scia del successo del primo capitolo, le avventure del maresciallo Carotenuto continueranno in Pane, amore e gelosia sempre di Comencini, Pane, amore e… ambientato a Sorrento con una stupenda Sophia Loren e diretto da Dino Risi e Pane, amore e Andalusia di Javier Setò di caratura leggermente inferiore ai suoi tre predecessori.

paf5

Una pellicola dunque premiata dalla critica e soprattutto dal pubblico fin da subito che, fornendo uno spaccato dell’Italia del secondo dopoguerra, a distanza di quasi sessant’anni può aiutare lo spettatore a capire cosa fosse il cinema comico italiano prima che “i figli” di De sica, letteralmente e non, irrompessero sulla scena, attingendo a piene mani dall’eredità del “padre”.

Una curiosità sul titolo, rivelata dallo stesso Comenicini:
«Non avevamo un titolo; un napoletano mi aveva raccontato la storia di un povero che mangiava un panino; un turista passando gli domanda “Che cosa mangi?” e dato che non c’era niente nel panino, l’altro risponde: “Pane e immaginazione”. Questo titolo fu scelto una mattina, poi Margadonna disse: “Io ci metterei anche la parola amore”. Nel primo film c’è una scena in cui De Sica domanda: “Cosa mangi?” a un poveraccio, che gli risponde: “Pane e fantasia, Marescia”»

Andrea Mauri