Pochi mesi dopo la tragica e improvvisa morte del figlio Arthur, Nick Cave chiede allo sceneggiatore e regista neozelandese Andrew Dominik di documentare le riprese dei primi live del suo nuovo disco, Skeleton Tree. La maggior parte dei brani sono stati scritti molto tempo prima della tragedia, ma i loro testi, intrisi della cupa sensibilità di Cave, sembrano avere avuto un potere terribilmente profetico che  ha contribuito a rendere Skeleton Tree e il relativo film, One more Time with Feeling, un tributo alla memoria del figlio e una forma di raffinata autoanalisi. Alternando le nuove canzoni a interviste, improvvisazioni e riflessioni estemporanee del cantautore, Andrew Dominik restituisce l’immagine di un uomo e di un padre attraverso la figura di un artista, avvicinandosi a lui con eleganza e rispetto quasi reverenziali, lasciando parlare le performance ipnotiche dei brani Jesus Alone, Girl in Amber, Magneto, Anthroscene, I Need you, Distant Sky e Skeleton Tree.  

One more time with feeling è anche un documentario-confessione che tratta del rapporto tra dolore e creatività e del passaggio distruttivo di un tale trauma attraverso le arterie vitali dell’arte di Cave: messosi a nudo, Cave ammette la propria incapacità di sublimare il dolore in creazione, annichilito dalla tragedia come da un veleno mortale. Filo conduttore del documentario è il lutto, la morte di Arthur è il pensiero che trafigge, sotto traccia, anche le scene più leggere. Ma l’intento  del regista e di Nick non è quello di rendere il dolore il protagonista esplicito e assoluto del film: dichiarazione di tale atteggiamento è la raffinata scelta del regista di mostrare i retroscena (che in genere non vengono mai raccontati) che hanno portato alla nascita del  disco. Andrew Dominik cattura infatti tutti i segreti dietro le quinte, aumentando così l’intimità e la profondità del documentario, altrimenti sterile e banale, e trasmettendo con grande empatia quella sofferenza che ha oltrepassato come una freccia incandescente la vita di Cave, della moglie Susie Bick, dell’altro figlio Earl e dei compagni che per una vita hanno lavorato insieme al cantautore. 

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La fotografia del film e la scelta del bianco e nero riflettono la potenza e l’eleganza dell’album, mentre il 3D, dall’effetto quasi stordente, sembra essere la traduzione estetica  del tentativo di un uomo di riprendere il proprio posto nel mondo e di imparare a convivere con il senso di vuoto e di paralisi lasciato dalla tragedia: “Viviamo, amiamo, mangiamo, lavoriamo, cresciamo, ci estendiamo come degli elastici, andiamo di nuovo avanti ma poi qualcosa ci riporta all’evento, di scatto. E questo è il trauma”. L’intensità dell’impatto emotivo del documentario viene aumentata anche grazie alla dinamicità delle ricercate inquadrature circolari, veloci e ipnotiche, che sembrano seguire le correnti emotive della voce di Nick e la sontuosità quasi sacrale dei cori d’accompagnamento (ad esempio nella magnifica e straziante I need you). A tratti la camera sembra prendere vita propria: si insinua nelle fessure di muri, di porte, negli angoli e si alza in volo nelle inquadrature sempre più alte, volteggia intorno a Cave e alle sue mani sul pianoforte, per poi rallentare il suo viaggio solo quando la musica diminuisce di volume o si interrompe. 

Evitato il rischio di produrre uno sterile documentario storico-musicale, One More Time With Feeling è uno splendido racconto del viaggio artistico di un uomo attraverso la sua tragedia

Valeria Bruzzi