Voto

5

Ne Gli uomini preferiscono le bionde Marylin Monroe cantava Diamonds are a girl’s best friend (i diamanti sono i migliori amici delle donne): questa può essere forse la premessa ideale per raccontare Ocean’s 8.

Debbie Ocean (Sandra Bullock), la sorella del celebre ladro Danny Ocean (interpretato nella storica trilogia da George Clooney) sta progettando da anni il colpo del secolo alla sfilata del Met Gala di New York: rubare un collier di diamanti di Cartier dal valore inestimabile ad una delle ospiti, Daphne Kluger (Anne Hathaway). Per farlo, come la tradizione di Ocean’s vuole (dall’originale Colpo grosso con Frank Sinatra alla trilogia omonima sopracitata) si circonderà di sei donne, ognuna con un’incredibile qualità atta a far funzionare il piano: la fuorilegge Lou (Cate Blanchett), la stilista Rose (Helena Bonham Carter), Amita, esperta di gioielli (Mindy Kaling), la perfetta spia Tammy (Sarah Paulson), l’hacker informatica Nine Ball (Rihanna) e una ladruncola di strada, Constance (Awkwafina). E poi una settima, a sorpresa.

Senza dubbio Ocean’s 8 è un heist movie vecchia maniera: la regia di Gary Ross infatti, fortemente influenzata dal regista (ed ora produttore) della trilogia Steven Soderbergh, non apporta nessuna novità al genere. Anche la sceneggiatura, scritta dallo stesso Ross e Olivia Milch, non sembra brillare per originalità. E’ proprio qui che la pellicola non impenna: sarebbe potuto essere il film giusto in questo momento storico, soprattutto per svecchiare il sempreverde retrogusto di “donne che vivono all’ombra degli uomini, anche se fanno di tutto per non darlo a vedere”.

Decisamente non basta un film in cui le protagoniste sono tutte donne: è altamente palpabile, dall’inizio alla fine della storia, la voglia di rivalsa e di vendetta sugli uomini. Ad esempio, nella  sequenza iniziale torna per un piccolo cameo Elliott Gould (il Reuben Tishkoff dei vecchi Ocean’s) per mettere in guardia Debbie sui rischi del piano per una donna.
E sebbene si tenti di dimostrare il contrario, è così che la storia assume tutto un altro significato e torna ad essere la solita messa in scena teatrale, a testimonianza che le donne possono farcela, nonostante siano donne. Si gioca poco col sesso, poco con l’arguzia femminile, o almeno non senza tornare sul concetto di base: dimostrare di essere brave tanto quanto gli uomini.

Un finto femminismo, che, almeno al cinema, sarebbe bello vedere presto superato.  

Caterina Prestifilippo