“Bum ba bumbum ba”. I colpi scanditi dalla batteria di Supersonic accompagnano l’ingresso sullo schermo degli Oasis: sono su un elicottero e stanno sorvolando Knebworth Park. È il 10 agosto del 1996. Niente dopo questa data sarà più lontanamente paragonabile a quel raduno che portò duecentocinquantamila spettatori in un prato del countryside inglese. “L’ultimo grande raduno prima di internet”, ci tiene a sottolineare Noel alla fine del documentario. Si tratta dell’ultima produzione diretta da Mat Whitecross, e prodotta, fra gli altri, dal regista di Amy Asif Kapadia.

Nel documentario non compare il movimento brit pop nato agli inizi dei ‘90s e nemmeno il famoso antagonismo tra gli Oasis e i Blur; vengono giusto nominati i Verve esclusivamente per necessità narrative. L’intento del regista era infatti quello di estrapolare gli Oasis dal contesto storico-musicale che li vide protagonisti: come tutti i grandi, la leggenda della band vive da sé, e il contorno, in fin dei conti, risulta superfluo. La storia esistenziale è quella che conta, o meglio, le storie di due fratelli, diametralmente opposti: Noel, già da piccolo più riflessivo e da adolescente un “fattone” chiuso in camera a suonare per ore, e Liam, lo sbruffone, sicuro di se e sempre alla moda. Sullo sfondo delle loro personalità si staglia la vita nei sobborghi di Manchester, con una madre costretta a fare tre lavori per mandare avanti la baracca e un padre alcolista e manesco, dal quale scapperanno nel 1984.

Oasis-Definitely Maybe

Ci vorrà una martellata in testa da parte di un bullo per far nascere in Liam l’idea che la musica potrebbe essere la sua strada (lui stesso ne parla come di un evento rivelatore, e non possiamo che credergli): “Ero ossessionato dall’idea di far parte di una band”, così, nel 1991, si unisce ai The Rain, di cui facevano parte il compagno di scuola bassista Paul “Guigsy” McGuigan, il chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs e il batterista Tony McCarroll. Noel, che nel frattempo è negli States come roadie degli Inspiral Carpets, viene a sapere dalla madre che Liam è entrato a far parte di una band, alla quale si unirà una volta tornato a Manchester. Ma Noel sottopone i The Rain a due condizioni: sarà l’unico autore di testi e musica e assumerà la direzione artistica, impegno che gli varrà il soprannome “The Chief”, il Capo. Nascono gli Oasis. Il punto di svolta è l’incontro con Alan McGee della Creation Records nel 1993 a Glasgow. Il resto è storia.

Un’ascesa fulminante, quella di cui si racconta nel documentario: tre anni, dal 1993 al 1996, e due dischi di successo planetario – Definitely Maybe e (What’s The Story) Morning Glory –, che li portano in giro per il mondo, dal Giappone agli States, dove rischieranno anche di sciogliersi (che novità). Noel, infatti, dopo aver litigato con il fratello durante un concerto, scappa a San Francisco da una ragazza, per poi tornare dalla band con Talk Tonight, una delle ballad più belle che abbia mai scritto.

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La storia degli Oasis continua in un susseguirsi di eventi concitati in cui si alternano risse, un espatrio coatto, un nuovo batterista (Alan White) con conseguente battaglia legale di Tony McCarroll, uno studio di registrazione distrutto, consumo “occasionale” di droghe, accuse di essere hooligans infoiati, ancora risse, problemi di voce di Liam, la depressione di Guigsy, minacce di scioglimento, ancora risse. Le vicende di quei tre anni vengono raccontate da Mat Whitecross senza filtri, ed è proprio questo approccio che rende il documentario anche estremamente esilarante. Ma, soprattutto, in Oasis: Supersonic c’è la musica, il vero collante della narrazione, che tiene sempre viva l’attenzione dello spettatore: ci sono le loro canzoni, ormai diventate patrimonio culturale dell’umanità.

Dopo averci raccontato un’ascesa lunga tre anni, Mat Whitecross conclude la sua narrazione con una sapiente ring composition: vediamo nuovamente gli Oasis sul palco del  Knebworth Park. Ed è proprio lì che li vogliamo ricordare: all’apice del successo e della fama “la più grande band del mondo”, come viene dichiarato a più riprese dai protagonisti, prima che le circostanze precipitassero fino allo scioglimento nel 2009.

“Take the time to make some sense of what you want to say and cast your words away upon the waves”. Buio. Titoli di coda. E un po’ di amarezza.

Gaia Ponzoni