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Non è facile analizzare uno stato complesso come Israele, combattuto tra la modernizzazione secolare e il mantenimento di un antico retaggio etnoreligioso, in cui convivono equilibri precari e conflitti ineffabili: per comprendere una situazione che non è riconducibile a un diagramma o un algoritmo, occorre suddividere singolarmente le sue componenti in diverse mappe disegnate su carta velina, i cui layer si sovrappongono l’uno sull’altro. Solo al termine è visibile il quadro generale. In questo senso, la rassegna “Nuovo Cinema Israeliano” presso lo Spazio Oberdan di Milano offre al pubblico la possibilità di decodificare la cultura israeliana ed ebraica attraverso il suo cinema contemporaneo.

L’itinerario della Fondazione Cineteca Italiana tocca diversi ambiti, dal documento Ben Gurion, Epilogue, di Yariv Moter, un’intervista al padre dello Stato di Israele Ben Gurion che ripercorre gli eventi trascorsi dal suo kibbutz a Sde Boker, fino a Don’t Forget Me di Meran Nehari, che segue i turbamenti di due giovani abitanti di Tel Aviv, in cui il caos della metropoli diventa rifugio e specchio per i loro deliri. Il percorso segue anche rotte oltremare, finendo nel bel paese con Iom Romi di Valerio Ciriaci, che documenta la vita quotidiana della comunità ebraica a Roma e il rapporto secolare tra la città eterna e Gerusalemme, e salendo verso la Toscana con Shalom Italia di Tamar Tal, che accompagna tre anziani fratelli alla ricerca del nascondiglio che li salvò dalle deportazioni della seconda guerra mondiale.

Il pensiero ricorrente che emerge da questa rassegna sembra riguardare il ruolo della fede al giorno d’oggi, soprattutto quando questa si trasforma in estremismo. È il caso della commedia The Women’s Balcony di Emil Ben-Shimon, in cui religione e tradizione si incontrano/scontrano. La vita della comunità di Etty (Evelin Hagoel) e Tzion (Yigal Naor) entra in crisi quando crolla il matroneo della sinagoga; a salvare la situazione è David (Aviv Alush), giovane carismatico rabbino ultra-ortodosso che spinge la comunità verso uno stile di vita rigoroso, creando però ulteriori conflitti.

La pellicola si concentra sul ruolo delle donne nel giudaismo ortodosso moderno, senza mai cadere nel drammatico, e David, aiutato da un buon senso dell’umorismo, viene visto come un degno antagonista. La verve satirica non si ferma qui, e con Holy Air di Shady Srour viene affrontato il tema del turismo religioso, tradotto come perdita del concetto stesso di religiosità: quale miglior modo di rafforzare la morale della trama, se non con la grottesca storia di un personaggio che tenta di vendere l’aria “santa” di Nazareth?

Emerge così una caratteristica comune alle “nuove” pellicole israeliane: è possibile condividere la devozione religiosa, ma il disaccordo tra le comunità è insostenibile. In tal senso i documentari risultano maggiormente incisivi e inediti. È il caso di Outsider, cortometraggio di Travelers – 5 Cortometraggi, che esplora la vita di un giovane charedì che abbandona una comunità ultra-ortodossa per esplorare la società moderna e secolare, e How to ride an elevator on Shabbat, che esplora la vita di Nadav, un ragazzo gay e osservante diventato leader della comunità LGBT.

Inedito per noi è il conflitto raccontato in Habesha, tra le comunità ebraica-israeliana e quella ebraica-etiope: in una società in cui il razzismo è istituzionalizzato, la rivolta ricorda quanto non basti condividere una religione e come sia spesso più facile viverla appartenendo a un etnia piuttosto che a un’altra.

Fiore all’occhiello della rassegna è Foxtrot – La danza del destino. Il regista Samuel Maoz affronta un tema ostico e controverso per Israele: la militarizzazione dello stato. Il film si apre con forza. La coppia di genitori Daphna (Sarah Adler) e Michael (Lior Ashkenazi) scoprono che il figlio Jonathan (Yonaton Shiray) è venuto a mancare. La notizia scatena i più profondi turbamenti nella famiglia, che si dispera ed è in preda alla confusione. L’abilità di Maoz è quella di far emergere la sofferenza umana attraverso la sua storia e la sua tecnica cinematografica, e non è un caso che il secondo atto cambi completamente registro.

Un’ellissi di montaggio fa saltare la narrazione verso un remoto checkpoint israeliano percorso unicamente da cammelli, in cui i giovani soldati combattono la monotonia delle loro giornate: le sequenze silenziose vengono scandite dai racconti e dai quesiti dei ragazzi sul senso di tutto questo. Realismo e surrealismo metafisico, due facce della stessa medaglia. Foxtrot è rappresentazione della tragedia insensata, e parla un linguaggio specifico e universale per insegnare che la nostra esistenza è come l’omonimo ballo: nonostante tutti gli sforzi, si torna sempre al punto di partenza.

Daniela Addea