Voto

5
 

Una guizzante melodia fa da sfondo all’esilarante commedia alla francese di Philippe de Chauveron, riconoscibile fin dalle prime inquadrature.

Il regista costruisce un intreccio iperbolico: il padre di una famiglia borghese benestante “regala” le sue ben quattro figlie femmine a figli di immigrati, un ebreo, un arabo, un asiatico e un africano. Seguiamo le loro strampalate vicende accompagnati da un accumulo di stereotipi e pregiudizi razziali – e non – volutamente convenzionali e diretti, supportati da una sequenza di frasi fatte e battute senza filtri, dimenticandoci del politically correct che tanto ci assilla.
Scopriamo, però, che si tratta di un percorso circolare: gli estremi – il padre della figlia più giovane e il cognato – finiscono per assomigliarsi, anzi coincidono appieno, fino ad addirittura coalizzarsi per sabotare il matrimonio. Per assurdo, l’armonia può essere trovata proprio nel reciproco rifiuto del diverso.

Questo muoversi sulla linea, molto labile, tra razzismo e comicità è il valore aggiunto di questo film. Il regista sa infatti rappresentare con grottesca ironia la xenofobia latente in ognuno di noi, portando lo spettatore a ridere di gusto, e spontaneamente: non ci sono remore, già la risata è sintomo della leggerezza con cui vanno superati questi cliché, senza prendersi troppo sul serio.
È un film piacevole, facilmente fruibile e senza pretese, da apprezzare così com’è.

Ma questa architettura così ben costruita crolla pezzo dopo pezzo nell’ultima mezz’ora. L’errore, gravissimo, è di voler inserire spunti di riflessione dai toni seri e melodrammatici, che stridono fortemente con il resto del lungometraggio. Assistiamo dunque a una lenta e inesorabile caduta verso lo psicodramma mocciano o da cinepanettone, con una serie di eventi talmente plateali e sbrigativi da risultare inverosimili. E anche le ottime interpretazioni degli attori diventano sciatte e, oserei dire, fastidiose. Che peccato, davvero.

Benedetta Pini