Affabile ma non troppo, sobrio ma non del tutto, loquace ma non abba- stanza, Hannes Norrvide – cantante del gruppo svedese Lust for Youth – siede in un angolo dell’Arci Ohibò con un sorriso scoperchiato asimmetricamente dalla mano con cui si sorregge il volto. Con fare svagato ma in qualche modo tetro, assiste alla caduta in disgrazia delle domande che mi ero annotato, finalizzate a frugare nella genealogia delle influenze di cui l’ultimo album dei Lust for Youth, International (uscito per la Sacred Bones), sembrerebbe fieramente infarcito.

Influenze piuttosto trasparenti, si direbbe: International distilla tutte le componenti più goduriose del synth-pop anni ‘80, tanto che l’ascoltatore può gustarsi il tutto più intensamente dedicandosi al ricono- scimento di cosa ricorda cosa… a partire dalla voce dello stesso Hannes, nella quale avevo voluto ritrovare l’indole neutra e atonale del John Foxx di The Garden.

lfy1

International è diversissimo dagli album targati Lust for Youth usciti tra il 2009 e il 2013.

Nel penultimo album Perfect View (2013) la voce e le melodie erano seppellite da una coltre fosca di droni e gorgoglii elettronici, perforata soltanto dalle tastiere.
In International emergono invece delle canzoni propriamente dette: New Boys, Running e Illume (formidabile tripletta centrale nel concerto all’Ohibò) sono brani cesellati in modo nitido ed elegante. Nei fatti questa riuscitissima svolta verso la pulizia sonora è contraddetta dal concerto all’Ohibò, che avvicina paurosamente International al sound dei suoi predecessori: in una sala invasa da una nebbia fittissima,
Hannes danza come una menade un po’ sottotono, e secondariamente mugola i propri versi nel microfono, mentre i suoi due sodali alla chitarra e ai synth producono una cappa sonora finalizzata a mandare il pubblico in trance. Con ottimi risultati, devo dire.

Comunque – anche se il concerto mi ha preso in contropiede – la prima domanda non decade: «com’è avvenuta la trasformazione tra gli album precedenti e il più melodico International?».
Hannes dimostra da subito di non essere un amante delle teorizzazioni forzate e delle giustificazioni posticce: «Non lo so. Sai com’è: un giorno sei interessato ad una cosa, e il giorno dopo pensi che un’altra sia più interessante. Ti senti mai così? Qual è il tuo piatto preferito in questo momento? E se te lo chiedessi tra una settimana cosa risponderesti?».
Chi lo sa? Il concetto è chiaro.
Colgo la palla al balzo per far scivolare la discussione sull’argomento che più mi preme, gli eighties: «Quindi se in questo album sei stato influenzato dagli anni ‘80, nel prossimo potresti farti ispirare da un’altra decade…?».
Il mio crudele interlocutore silura il topic senza mezzi termini: «In verità International non è stato influenzato dagli anni ‘80».
L’imbarazzo nei miei occhi gli estorce una precisazione: sono gli strumenti usati nell’incisione che risalgono agli anni ‘80, ma il cuore di Hannes era altrove.

Non mi do per vinto, e subdolamente rimango in area eighties: non tutte le mie intuizioni critiche possono essere sbagliate! «Quando ho visto per la prima volta la copertina di International, mi ha fatto pensare a quella di Yes (2009) dei Pet Shop Boys. È un caso?».

yes

Naturalmente sì: «In realtà si tratta di di un logo che abbiamo rubato a una compagnia di traghetti che vanno dalla Svezia alla Danimarca; noi abbiamo soltanto cambiato i colori. Ci piaceva l’idea di qualcosa che rimandasse all’attraversamento dei confini», coerentemente con il titolo International. Comunque Hannes mi informa caritatevolmente di intravedere ora una somiglianza con la copertina di Yes. L’ultimo tema che affrontiamo è la traccia più misteriosa e meno integrata di International: Lungomare, un brano in italiano in cui una speaker inespressiva dal marcato accento laziale, rimediata a Copenaghen, inanella frasi sconnesse (il mantra è «Non ho mai visto il mare nel mare»).
Nel concerto la traccia è stata usata in modo interessante, come un’interferenza tra una canzone e l’altra; ma quando esprimo il mio disappunto per l’accento della speaker, Hannes dà la sua ultima stoccata: «Quindi sei razzista? Avresti preferito sentire uno svedese che parlava in un pessimo italiano? Io no.».
Io invece sì: avrei preferito che – interna- zionalismi a parte – gli svedesi fossero svedesi fino all’ultimo.

E quando riascolterò International non farò che pensare, alla faccia del grande (e) dispettoso signor Norrvide: «Ah, che belle sonorità smaccatamente anni ‘80!».

Andrea Lohengrin Meroni

Potrebbero interessarti: