Voto

6
 

Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare.

 

Queste le parole di un Giorgio Gaber furioso, che nella ballata Io se fossi Dio si scaglia, tra gli altri, anche contro i giornalisti. Questi ultimi in potenza sono i pilastri, l’emblema di quel sacro diritto dell’uomo – così arduamente conquistato – che è la libertà di pensiero e di espressione, ma proprio loro tendono a non sfruttare la loro posizione e ad alterare la verità, quasi macchiandola. Dunque un lettore, che in questo contesto potrebbe essere definito come colui che vuole informarsi, riceve solo una porzione della verità, una verità, quindi, impura, frammentata che, data la premessa, è un insulto tanto verso il pubblico quanto verso la presunta libertà di cui si avvale chi scrive.

Questa riflessione sta alla base di Nomi e cognomi, film che nasce dall’idea del regista Sebastiano Rizzo e del produttore Corrado Zolini di girare un cortometraggio, nel 2013, e concretizzatasi poi in un lungometraggio nel maggio 2015. La pellicola affronta la storia di un giornalista, esaltandone l’integrità e la passione, grazie alla quali riesce a non piegarsi alle pressioni di chi lo considera un personaggio, per così dire, scomodo, in particolare di un gruppo di mafiosi che si sente minacciato dalle verità concrete che la testata di Domenico Riva, “Il Paese del Sud”, non si rifiuta di pubblicare e, di conseguenza, rendere note.

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L’obiettivo della regia non è quello di scioccare lo spettatore presentando dei personaggi che aspirino allo status di eroi o che vogliano ergersi a guida delle masse, bensì – in accordo con quanto lo stesso regista ha comunicato in un intervista rilasciata a comingsoon.it – di fare onore a chi non tanto difende le sue idee, quanto piuttosto ricerca la verità in una società in cui questo concetto tende sempre di più a essere messo in secondo piano. Il fatto che sia stato scelto un giornalista che funga da spunto di riflessione è emblematico, ma non fondamentale: l’integrità e la volontà di far bene il proprio lavoro dovrebbe essere il tratto essenziale di qualsiasi occupazione.

Fonte importante nonché figura imprescindibile che riecheggia in questo lungometraggio è quella di Peppino Impastato de I cento passi: anch’egli instancabile ricercatore della verità in una realtà di cui la mafia è padrona si scaglia, come Riva, contro “una montagna di merda” senza paura di sporcarsi e con la consapevolezza che, in difesa di questi ideali, qualcosa dovrà essere lasciato indietro e sacrificato.

Nomi e cognomi è un film nel complesso ben riuscito. Riesce a riportare una realtà attraverso una tecnica cinematografica che combina senza sbavature il documentario e il romanzesco. In alcune sequenze, però, la regia tende a sviluppare discorsi e dialoghi troppo didascalici e indottrinanti, nei quali emerge una morale di stampo quasi accademico: manca forse di un’incisività che permetterebbe di contraddistinguere più nettamente il linguaggio del film da quello della fiction. Tuttavia, l’impostazione narrativa non è affatto piatta e mostra il coraggio del regista nell’affrontare una tematica tanto delicata quanto non facilmente documentabile. La pellicola si configura come un tributo a tutti coloro che avanzano a testa alta, senza mai piegarsi a nessun sopruso, sia che avvenga contro il singolo sia contro un’intera società.

Andrea Passoni