Voto

3

A sala buia e a titoli di testa appena cominciati, viene già da chiedersi che fine abbia fatto Marco Tullio Giordana. Il regista, con Nome di Donna, torna dietro alla macchina da presa a sei anni da Romanzo di una strage, quando raccontava di quell’Italia che ha subìto e sofferto, punto focale della poetica di Giordana. Nonostante anche quest’ultimo film vanti un tema importante e delicatissimo da trattare (e quanto mai attuale) come quello della violenza, delle molestie e del mobbing a scapito delle donne sul luogo di lavoro, la superficialità e la pochezza di sceneggiatura e regia allibiscono lo spettatore.

Una serie di imperdonabili scivoloni grossolani sono il filo conduttore di un film da 98 interminabili minuti. Nina (Cristiana Capotondi), una giovane ragazza madre che vede crollare la carriera dei suoi sogni per colpa della crisi, prova il tutto per tutto proponendosi, in sostituzione estiva, come inserviente in una casa di cura in provincia di Milano: un luogo all’apparenza serio e inappuntabile, dove in realtà si nascondono delle insidie che nessuno ha il coraggio di denunciare. Un soggetto verosimile e convincente rappresentato in modo banale e raffazzonato, “scelta” che Giordana e la sceneggiatrice Cristiana Mainardi giustificano con la necessità di far fronte ad alcuni tagli interni.

Rasenta per esempio l’assurdo la scena con protagonista Adriana Asti, qui nei panni di una vecchia attrice ospite della casa di cura: tra i racconti del passato (in cui troneggiano i “santini” di Luchino Visconti, Luca Ronconi e Giorgio Strelher) e i progetti per il futuro, ecco apparire d’improvviso una videochiamata Skype con Colin Firth (?!).

Tra le riprese con i droni sulla città di Milano (quasi a volerla dipingere come una Los Angeles dei poveri) e gli zoom in di contestualizzazione (come le infinite esterne sui vari tribunali e simboli della giustizia), tra una recitazione insulsa in cui a salvarsi c’è, forse, solo il “cattivo” (nella persona di Bebo Storti, il sacerdote corrotto e affarista dell’Istituto) e una trama che diventa di colpo schizofrenica (dal dramma si trasforma in un law movie da due soldi), Nome di Donna segna un enorme crepa nella filmografia di Marco Tullio Giordana.

Caterina Prestifilippo