In Italia sono poche le produzioni di fantascienza di valore, e una di queste è Nirvana (1997) di Gabriele Salvatores. L’opera trae spunto dai classici del genere – Blade Runner su tutti –, ma principalmente si ispira a Neuromante, il primo romanzo di William Gibson, considerato il manifesto del genere cyberpunk.

La pellicola è ambientata nell’Agglomerato del Nord, scenario urbano di un futuro distopico che sembra lo specchio del nostro modo di vivere odierno. Salvatores, insieme a Gloria Corica e Pino Cacucci, ha scritto una sceneggiatura scorrevole e lineare, con personaggi che portano sulle loro spalle un tema che riescono a sviluppare efficacemente. Il protagonista Jimi, interpretato da un esaltante Christopher Lambert, è un programmatore di videogiochi che sta lavorando al suo ultimo progetto, Nirvana. Eroe atipico, Jimi è un personaggio tormentato che, abbandonato dalla fidanzata, vive quasi  per inerzia finché non  scopre che un virus ha infettato il suo videogioco dotando di coscienza il suo protagonista Solo (Diego Abatantuono). Questo conduce Solo a interrogarsi sulla propria natura di creatura irreale e a soffrire per la propria virtualità: su sua richiesta Jimi decide così di cancellare Nirvana. 

Se l’idea di mettere un attore comico come Diego Abatantuono in un film cyberpunk italiano sembra azzardata, di fatto risulta vincente. Il film non scade mai nel banale e riserva al pubblico un’ironia sottile e misurata, efficace ma mai inadeguata. I dialoghi tra i due protagonisti sono ben scritti e lasciano emergere la buona costruzione dei due personaggi:  da una parte Jimi, esempio dell’uomo moderno agiato, con degli scheletri nell’armadio, che cerca di redimersi aiutando il prossimo; dall’altra il suo alter ego, la creazione che è lo specchio del creatore. Solo è un uomo che si domanda quale sia il senso dell’esistenza, quale la differenza tra reale e irreale: oggi siamo sempre circondati da persone ma in fondo sempre soli, proprio come lui. Pare chiedere allo spettatore: vale davvero la pena vivere in un mondo di finzione? Solo è l’unico a sapere che si tratta di una farsa mentre gli altri personaggi, anche davanti all’evidenza dei fatti, proseguono imperterriti nelle loro esistenze, ma a quale scopo?

Lo scenario in cui si muove Jimi è apocalittico: i bassifondi della metropoli sono abitati da persone frenetiche, immerse in tecnologie all’avanguardia. Un luogo che riesce ad essere credibile nonostante la quasi totale assenza di effetti digitali. Notevole è il lavoro svolto da Victor Togliani, illustratore e scenografo, che è riuscito a trasformare il quartiere Portello di Milano in un frammento di realtà dispotica e allucinata. Durante il viaggio, Jimi incontra anche una serie di personaggi secondari, tra cui Joystick (Sergio Rubini), un uomo losco che ha due protesi elettroniche al posto degli occhi e Naima (Stefania Rocca), una hacker che non conosce la propria vita passata e dotata di un ingresso dati all’altezza del sopracciglio. Nel film ci sono anche molti cameo di attori italiani, come un giovane Claudio Bisio nei panni del Corvo Rosso. 

Con Nirvana Salvatores ha osato e ha realizzato un film inedito nel panorama italiano degli anni Novanta, dando vita ad un’opera sperimentale ben distante dagli esiti più recenti (si veda Il ragazzo invisibile). Nonostante il discreto successo ottenuto nel nostro Paese, all’estero il film non è stato accolto con entusiasmo: tra chi non ha apprezzato l’interpretazione di Abatantuono e chi immaginava ambientazioni dal sapore esotico per via del titolo orientaleggiante. Del concetto del Nirvana, per come è inteso dalla fede buddhista, il film conserva l’idea di liberazione dal dolore, della fine ultima di tutto ciò che vive, e forse, proprio per questo motivo, si tratta di un titolo appropriato. 

Filippo Fante