Voto

8.5
 

Nico, 1988 non è il biopic che normalmente ci si aspetta. L’elemento insolito risiede proprio nella scelta narrativa della regista Susanna Nicchiarelli, di non affabulare la breve permanenza di Christa Paffgen (in arte Nico) nello storico gruppo dei Velvet Underground o i suoi tenebrosi ma illuminanti esordi da solista, quanto piuttosto di raccontare gli ultimi due anni di vita della cantante, facendo luce sul suo dolore, sulla sua tossicodipendenza, sui tragici tentativi di suicidio dell’amato figlio Ari (che Nico ebbe da Alain Delon, sebbene l’attore non lo riconoscerà mai), sul rapporto tra la cantante e l’affettuoso manager Richard, sulla frustrazione provata da un’artista considerata più per il suo marginale ruolo nei Velvet Underground che per la sua carriera solistica e sull’ultimo, travagliato tour intrapreso da Nico dopo l’uscita dell’ipnotico Behind the Iron Curtain (1986).

Tramite gli eloquenti silenzi di Nico – interpretata da un’intensa Trine Dyrholm –, il suo volto consumato dalla droga e dalla sofferenza, le sue enigmatiche visioni, l’intensità delle sue magnetiche esibizioni e le sue sconvolgenti rivelazioni, il film traccia un profilo storico completo della cantante, che spiega e racconta il suo perpetrato tormento e la sua profonda infelicità, oltre al suo dirompente talento artistico, scaturito dall’incontro tra la musica colta e l’art-rock.

Mescolando realtà e finzione, Susanna Nicchiarelli ricostruisce le vicende che hanno segnato la vita di Nico dal 1986 al 1988, senza però tralasciare il prematuro dolore della cantante, dovuto a un’infanzia vissuta negli anni della Berlino post-bellica, lo sfruttamento della sua immagine (in virtù della sua trafiggente bellezza) e la superficialità con cui la stampa considerò la sua carriera da solista. Tramite le domande degli intervistatori e le ciniche risposte di Nico, tutte le ragioni che hanno costretto Christa al tormento entrano a far parte della pellicola, bucando lo schermo e toccando da vicino lo spettatore.

Ancora più straordinaria è la capacità della Nicchiarelli di rendere giustizia all’insidioso talento di Nico attraverso la ricostruzione delle sue performance dal vivo, storicamente tenutesi dopo l’uscita dell’ultimo Behind the Iron Curtain, durante le quali emergono le qualità espressionistiche e sepolcrali della musica di Christa. Divorando la lezione della serialità schoenberghiana e del minimalismo elettronico, Nico era infatti in grado di realizzare composizioni atonali e ridotte all’osso, in cui l’armonium, la viola e la sezione ritmica eseguono movimenti autonomi e ripetitivi, formando un monolitico e uniforme blocco strumentale su cui si dipanano le monodiche litanie della cantante.

Nico, 1988, pur sviluppandosi intorno a un breve periodo della vita di Nico, può contare su ricostruzioni storiche accuratissime, che rendono palpabile il dramma di una donna condannata fin da giovanissima alla sofferenza, vittima della guerra, della sua bellezza e della sua sensibilità.

Federica Romanò