Mi ricordo che da bambino trovai un bicchiere magico, o perlomeno è così che lo definii io, la sua magia consisteva nell’apparire vuoto anche quando era stracolmo d’acqua, una sorta di effetto ottico da esibire agli amichetti a scuola o ai nonni per qualche moneta.

Il 22 agosto mi è tornata in mente quella sorta di stregoneria pensando a Milano, una città apparentemente deserta d’estate, che come per magia sembra invece sovraffollata alle soglie del Circolo Magnolia. Così, in un sottopalco strabordante di pelle sudata e Autan, come in una puntata di The Leftovers ho scoperto dove fossero finite le persone scomparse dalla città.

Chet Faker, in arte Nick Murphy, aveva riunito intorno a sé, come una sorta di Messia in abito elegante, centinaia di fedeli con camice a fiori, zaini da campeggio e cover con le orecchie di topolino. Quando le luci si sono spente, le zanzare placate e trenta ragazzine hanno incominciato a urlare, per un momento è sembrato che l’estate fosse appena incominciata. Dopo un’intro emotivamente carica di basso, batteria e synth psichedelici, mentre stringevo tra le mani la mia Beck’s da quattro euro e cinquanta ho capito che avrei assistito a un concerto molto strutturato, in linea con la “seconda vita” dell’artista.

Riccardo Colombo

Facendo un passo indietro, possiamo definire il 2016 come l’anno in cui Nick Murphy ha scaricato Chet Faker per inaugurare un nuovo sound, ancorato a un terreno dinamico e diretto, con spunti sperimentali ma anche un lato persuasivo, senza abbandonare l’indie-eletttronico e il tocco soul, che restano una costante per l’artista Australiano. Adesso Nick Murphy porta in giro un vero e proprio show completo, in cui il suo fascino la fa da padrone. Your Time è l’esempio lampante di questo cambio di passo, ed è facile immaginare, grazie al suo riadattamento live, l’energia che un brano del genere può  suscitare nel pubblico.

Per l’intera ora e venti di esibizione Nick Murphy non sbaglia nulla. La perfezione della sua voce ci mette in difficoltà e ci ricorda tutte le imperfezioni che, invece, abbiamo accumulato nel corso degli anni. È così semplicemente perfetto da sembrare in playback, ma Segrate non è Via Tuscolana e il palco del Magnolia non è di certo lo Studio Uno di Canzonassima. Lo stupore continua quando un sax vendittiano” illumina il pubblico accorso da diverse parti d’Italia. L’eterogeneità del live è un tocco di classe e un sintomo della maturità di un artista che ha studiato una scaletta equilibrata anche nel fatidico “one more song”, che come una scenetta tradizionale bisogna urlare verso la fine del concerto. Così il bis – come lo chiama mia zia – regala altre emozioni, prima con voce e tastiere, poi con un dinamismo finale capace di far muovere anche le pesanti gambe dentro ai miei jeans caldi.

A mezzanotte le luci si spengono, la gente che si appresta a uscire o a fare la coda verso il bagno chimico è stanca ma felice. Così, calpestando bicchieri di plastica, mi muovo verso l’uscita e penso di essere soddisfatto di aver vissuto per qualche ora un alto momento musicale, che renderà la continuazione dell’estate a Milano un po’ meno acre. Quando attorno a me ci sarà solo deserto proverò a pensare al bicchiere magico e al Circolo Magnolia, inaspettato contenitore di vita.

Fabrizio La Sorsa

Foto di  Riccardo Colombo, si ringrazia Circolo Magnolia