Voto

7
 

Giunto al suo quarantesimo album, Neil Young non si è lasciato travolgere neanche questa volta dalla ripetitività e dalla monotonia che, a questo punto della sua lunghissima carriera, lo avrebbero potuto facilmente minacciare. Il rocker canadese ama ancora confondere gli ascoltatori e si diverte come un ragazzino: mescola generi e melodie anche molto diverse, le fa coesistere in uno stesso pezzo, le alterna in modo spiazzante e crea contrasti armonici tanto disorientanti quanto coinvolgenti.

Dall’attacco rock, grintoso e graffiante di Already Great, un mood che prosegue con la successiva Fly by Night Deal, al groove anni Sessanta che esplode poi con Stand Tall, sfiorando tonalità metal, il sound del disco si trasforma fino ad avvolgersi nel calore soul di Diggin a Hole e nei giri blues di When Bad Got Good. Uno dei tagli più stravaganti del disco è regalato invece da Carnival, che trova un Neil Young ammiccante sopra a un rock dal sapore latino americano. In Children Of Destiny, poi, trionfano fiati, cori degni di Broadway, chitarre stanche e beat da banda in festa che tanto richiamano lo spirito patriottico di cui profuma l’intero disco. Il risultato di queste scelte altalenanti, di questi dondolii di motivi e dettagli melodici è un album dinamico, energico, fatto per essere lasciato scorrere durante un viaggio in macchina, ma che, tuttavia, non lascia a bocca aperta per la sua bellezza.

The Visitor si apprezza comunque per il suo modo convulso di volare tra esperienze musicali passate, rilette sotto una luce che non ha voglia di affievolirsi, ma cerca di reinventarsi a ogni brano. Molto vario musicalmente, da un punto di vista concettuale il disco si adagia sulle riflessioni di un canadese in merito agli Stati Uniti, tra invettive a Donald Trump quando canta “No wall, no hate, no fascist U.S.A” e dichiarazioni d’amore al Paese che lo ospita da una vita intera, “I’m a Canadian, by the way, and I love the U.S.A”, (Already Great).

Con The Visitor Neil Young continua a seguire la propria linea esecutiva, ma lanciandosi questa volta in un progetto più disordinato, meno asciutto ed essenziale rispetto al precedente Hitchhicker (2017). Rimane però invariato e percepibile quel guizzo creativo del cantautore che, fin dagli esordi, gli ha permesso di attraversare svariate correnti e spinte artistiche, dando vita a dischi epocali del calibro di Harvest (1972). È solo con la chiusura dell’album, i dieci minuti del brano Forever, che Neil Young sembra sussurrare “sono sempre io”, e in quella manciata di minuti ripercorrere a ritroso tutta la sua carriera artistica.

Valeria Bruzzi