Voto

7
 

Prendete un frullatore e riempitelo con le scene erotiche di Novecento, il misticismo di Sesto Senso, gli intrighi sentimentali di Un posto al sole e lo stile di Saturno Contro: il risultato sarà Napoli Velata, un film di seduzione, carnalità, violenza e mistero. Per la prima volta Özpetek si avventura in acque inesplorate, la cui corrente rischia di portare in alto mare una sceneggiatura inedita per il regista turco, che per la prima volta si imbatte in un noir, pur senza rinunciare alle musiche originali, al folclore umano e alla sessualità libera, ormai suoi marchi di fabbrica.

Ma la pretestuosità della scrittura porta la narrazione a farsi sempre più disordinata, nel tentativo di ricercare una marca autoriale al di fuori dei paletti di genere. Il quid del film, infatti, non risiede nell’omicidio principale, bensì nell’esplorazione della psiche della protagonista, alla ricerca della verità, della sua personale verità: reale o presunta, palese o, appunto, “velata”. Emblematico, in questo senso, il poetico piano sequenza con cui si apre il film: la macchina da presa gira su se stessa inquadrando la tromba delle scale – quasi a voler suggerire un’immersione vorticosa nelle viscere della storia –, per poi concludersi stringendo sull’occhio della protagonista, inizialmente bambina.

Tornano i temi della morte e dell’assenza, sempre presenti nel cinema di Özpetek, ma in Napoli Velata manca proprio quella malinconica leggerezza che ha reso celebre il regista: i tempi allegorici di Mine Vaganti sembrano ormai lontani anni luce. La chiave di volta del film è tutta giocata sul connubio tra eros e thanatos, che forse si prende un po’ troppo sul serio: è davvero senza filtri la scena di oltre cinque minuti di sesso intenso tra i due protagonisti; scelta che, tuttavia, risulta coerente con la narrazione.

L’accuratezza dei dettagli nella scelta di scenografie e location rende Napoli protagonista, ne svela il lato più inatteso e la omaggia con una fotografia a tratti sorrentiniana, i cui colori e suggestioni (anche sonore) si mescolano tra loro in modo impeccabile, regalando allo spettatore la viva percezione degli ambienti, capaci quasi di suggerirne i profumi e gli odori. A emergere sono le radici storiche di una città affascinante e controversa, della quale Özpetek denuncia il cliché camorristico e il relativo mercato nero dell’arte, inedito nelle produzioni televisive.

Il film si avvale inoltre di un cast femminile di lunga esperienza: Luisa Ranieri, Anna Bonaiuto e Giovanna Mezzogiorno sono elementi pregiati, incapaci tuttavia di sopperire pienamente alle pecche della sceneggiatura.

Fabrizio La Sorsa e Caterina Prestifilippo