Voto

7.5
Un progetto davvero convincente quello del ventottenne Adil Azzab, che con il sostegno dell’associazione Imagine Factory di cui è membro fondatore racconta la propria esperienza di giovane marocchino immigrato in Italia. Il suo viaggio di ritorno nella campagna marocchina intorno a Fkih Ben Salah da cui proviene è costellato di numerosi flashback che lasciano riemergere un’infanzia dura – gravata dai maltrattamenti dello zio violento – e un’adolescenza altrettanto difficile – trascorsa in Italia, sparito tra lavoro e difficoltà d’integrazione.

Tra la povertà della vita rurale in Marocco, la cui spietatezza è resa schiacciante dai campi lunghi insistiti sul deserto torrido, e il freddo umido della vita metropolitana in Italia, non si consuma solo la storia di Adil, ma quella di centinaia di ragazzi come lui. L’autobiografismo si mescola con la narrazione corale di un’intera generazione (si stima che siano stati più di 300 mila gli abitanti di quella regione a raggiungere l’Europa negli ultimi anni) e la storia personale di Adil si incontra con la Storia collettiva di un popolo senza lasciar spazio ad alcuna ambiguità: nessun virtuosismo è concesso alla macchina da presa, che sacrifica pose e costruzioni estetizzanti delle immagini per grattare la scorza ruvida della realtà senza compromessi.

La forza della verità scardina quella della finzione e si impone con dirompenza in posizione prioritaria. La sequenza finale ne è emblema: ritrovare i volti dei piccoli protagonisti dei flashback sull’infanzia di Adil tra i bambini che giocano con lui nel presente è come assistere a un girotondo senza fine che oltrepassa i confini della finzione filmica e abbatte le barriere del reale. Come sempre più raramente accade al cinema, quella di Adil è una storia che merita di essere raccontata e ascoltata.

Giorgia Maestri

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