Lo scrittore Jonathan Lethem, rimasto folgorato dalla profonda innovazione sonora di I Zimbra, nella monografia Fear Of Music (interamente dedicata all’omonimo album dei Talking Heads del 1979) descrive il brano come “un’operazione al di fuori dello spazio, del tempo e della mente”. Come osserva Lethem, l’ascoltatore viene infatti invaso da un irrefrenabile bisogno di muovere il proprio corpo, ma non è in grado di comprendere le ragioni di questa imponente necessità “che rafforza e fa ammalare simultaneamente”. I meravigliosi pattern ritmici, le percussioni africane e i suoni di chitarra intessuti nelle stratificazioni di I Zimbra sono solo l’inizio di una brillante sperimentazione che raggiungerà il suo apice con Remain in Light (1980).

Per il quarto album in studio dei Talking Heads, il frontman del gruppo David Byrne, insieme al produttore e membro aggiunto della band Brian Eno, adottò le tecniche già utilizzate per la creazione di My Life in the Bush of Ghosts (1981): servendosi di sintetizzatori, sovraincisione e Frippertronics, l’album combina ritmi tribali di provenienza africana e sonorità di derivazione orientale con gli stimoli e le atmosfere della musica ambient. Senza rinunciare all’impronta (art)punk-rock che da sempre caratterizza il suono dei Talking Heads, Remain in Light risulta essenzialmente influenzato dal funk, dalla poliritmia africana – in particolare quella dei lavori di Fela Kuti (contraddistinti da un complesso intreccio di ritmi continui e stratificati che creano un’estenuante tensione) – e dalla musica d’ambiente di Brian Eno.

Nella prima traccia Born Under Punches (The Heat Goes On) tutto profuma d’Africa, dalle percussioni fino alle seducenti cantilene di David Byrne, che si sovrappongono al dialogo tra due chitarre funky, a un linea di basso verticale e frammentaria, nonché agli immancabili sintetizzatori di Eno. Once in a Lifetime, invece, si sviluppa su un tappeto di synth, percussioni e basso, mentre la chitarra ritarda il suo ingresso fino al momento del refrain. Il gruppo riesce, così, a creare una tensione costante, dalla quale si trova sollievo solo durante i brevi minuti del ritornello; il brano è un’opera avanguardista che trasporta l’ascoltatore in uno spazio senza tempo, inspiegabilmente sospeso tra presente e futuro. Houses in Motion è la traccia che suona più “Talking Heads” di tutto l’album, ed è anche quella maggiormente influenzata dalle sonorità asiatiche; qui la sovrapposizione tra i suoni investe anche le voci. Il brano finale è quello che risente fortemente della musica ambient di Brian Eno e delle allora nascenti correnti dark: The Overload è la traccia più rarefatta del disco, in cui oscuri input sonori creano atmosfere sinistre e tetre. La voce di David Byrne sembra infatti provenire da una dimensione “altra”, mentre stranianti loop di chitarra avanzano minacciosi verso l’ascoltatore.

Con il solo aiuto di un paio di percussionisti e del musicista Adrian Belew, i Talking Heads e Brian Eno realizzarono un album meravigliosamente complesso, che combina suoni innovativi a suoni provenienti da diverse parti del mondo. Remain in Light è uno degli album più importanti della storia della musica, che ha cambiato per sempre le sorti del rock (e non solo).

Federica Romanò