La versione deluxe restaurata di Sticky Fingers arriva in tutti i negozi di dischi, perché non cogliere l’occasione per parlarne? Ogni volta ci si ritrova a osservare quel maledetto pacco in bella vista – opera di Warhol – sbattuto in copertina nel 1970 e ci si chiede quanti LP all’epoca sapessero rappresentare il rock’n’roll in modo così sfacciato e dannatamente stiloso. Non pochi; ma Jagger, Richards & Co. hanno sempre trovato il modo per farsi notare, costantemente in prima fila.

Tra inconvenienti di copyright (legati soprattutto a Brown Sugar e Wild Horses) e il solito pandemonio che perseguita gli Stones da sempre, si corre il rischio di far passare in secondo piano quanto un album come Sticky Fingers, nato tra Let It Bleed e quello che poi sarà riconosciuto come il capolavoro della band, Exile on Main St., sia stato in grado di influenzare quattro generazioni a livello iconografico, stilistico e musicale. Quel gommone in procinto di sfondare il paio di denim è riuscito, ai tempi in buona compagnia, a forgiare generazioni di cocksucker blues, portatori di quel che un tempo poteva definirsi rivoluzione musicale e popolare, mentre oggi, a volte, viene declassata ingiustamente come semplice volgarità.

Sticky Fingers rimane e rimarrà, per tutti questi motivi, un punto di riferimento imprescindibile.

Christopher Lobraico