A qualche giorno di distanza dalla cerimonia dei Grammy che ha visto trionfare 24k Magic di Bruno Mars – un disco proiettato sul passato e assemblato ad arte dai migliori produttori sulla piazza –, è forte la necessità di fermarsi un attimo e ripartire dai punti fermi di quel grande melting pot di generi e influenze che è la black music. Viene naturale il parallelismo fra la recente disputa ai Grammy di Bruno Mars e Kendrick Lamar – rimasto per questi premi relegato alle categorie del rap – e quella che anima il 1982 all’uscita di due pietre miliari della popular music. Nell’ottobre di quell’anno viene infatti pubblicato il primo vero disco di successo di Prince, 1999, e a distanza di un mese esce un altro capolavoro: Thriller di Michael Jackson. Sperimentalismo e vocazione pop sono i due discrimini che separano le rispettive produzioni; chiave interpretativa che potrebbe essere utilizzata anche oggi per raffrontare 24k Magic e DAMN.

1999 nasce come un disco sperimentale, ma riesce comunque ad approdare a una consapevolezza pop che permette al video della title track di finire in rotazione continua su MTV e a Little Red Corvette di diventare un singolo immortale. All’epoca il folletto di Minneapolis ha appena 24 anni, ma dimostra una padronanza delle proprie idee, del proprio lavoro e della propria estetica fuori dal comune. I precedenti due dischi Dirty Mind (1980) e Controversy (1981) avevano messo in luce un talento innato, nonostante buona parte della critica gli avesse dato una fredda accoglienza. Il successo di 1999 risiede nel portare a compimento un quadro strutturato e dalla credibilità disarmante già dal concept alla propria base. Il millenialismo, l’idea che il mondo sarebbe crollato sotto bombardamenti atomici – del resto il disco prende vita nel clou della guerra fredda, quando Reagan è appena salito alla presidenza degli Stati Uniti – e che il mondo non avrebbe visto l’alba del Duemila, è il pretesto per godere dell’ultima festa e del tempo limitato che resta a ciascuno (“Mommy, why does everybody have a bomb?”). “So tonight I’m gonna party like it’s 1999” è il ritornello di 1999 che apre all’apocalisse.

Il carattere controcorrente della produzione artistica di Prince emerge già dai Revolution, il collettivo – e non solo una band spalla – che partecipa nei cori alla produzione del disco e che lo seguirà nei tour: un gruppo di musicisti di genere e razza differente a rappresentare l’integrazione e l’assenza di separazione fra musica white e black. Il mix esplosivo che sfocia dalla sperimentazione di Prince come un manifesto trova compimento in D.M.S.R.: dance, music, sex, romance. L’esaltazione del sesso in tutte le sue sfaccettature, da quello carnale (Delirious, Let’s Pretend We’re Married) a quello romantico (Little Red Corvette, Automatic) è una delle vie che Prince inquadra per sfuggire all’irrefrenabile corsa del tempo e alla follia che sembra dilagare attorno a lui (“War is all around us, my mind says prepare to fight”).

Poi c’è la musica, il quid che rende il disco così perfettamente sospeso fra funk, pop e rock. Nel corso degli anni in molti hanno visto in 1999 il manifesto del synth-pop, qualcosa a cui i musicisti si sarebbero inspirati negli anni a venire. Il pregio del disco è quello di aver intercettato alcune delle tendenze che si stavano già affermando nei generi di nicchia; basti pensare al funk sperimentale di George Clinton e dei suoi Funkadelic o alla nuova stagione delle produzioni hip hop “sintetiche” aperta da Planet Rock di Afrika Bambaataa e The Message di Grandmaster Flash.

Nel disco Prince – che suona tutte le strumentali, fatta eccezione per la chitarra solista di Little Red Corvette – non si limita semplicemente a ricreare con i synth il suono di una tradizionale band, ma crea i propri registri espressivi, costellando le canzoni di beat incalzanti di drum machine e riff ipnotici. Tradizione e innovazione dialogano lungo tutto il disco: ai numerosi momenti di pura jam session in onore della tradizione funk si alternano hit assolute dal carattere pop, senza dimenticare i frequenti riferimenti alla modernità – del resto il disco si apre con una voce robotica che sancisce “Don’t worry, I won’t hurt you, I only want you to have some fun”. Un’influenza della cultura fantascientifica che in quegli anni stava spopolando permea il disco: Prince era stato influenzato dal cult di Ridley Scott Blade Runner, uscito nelle sale proprio durante le sessioni di registrazione del disco. Il cantante di Minneapolis non è l’unico a risentire del fascino fantascientifico in quel periodo, se già nel 1977 i Queen sceglievano un’illustrazione della celebre rivista di fantascienza “Analog Science Fiction and Fact” come copertina del loro disco News Of The World.

Il party che necessariamente prende vita riproducendo il disco subisce due momenti di “lento” – se così vogliamo definirli –, di riflessione più concreta. Free, che si apre con i suoni di una marcia militare, rivendica il valore della libertà (“Be glad that you are free, there’s many a man who’s not”), mentre in All the critics love You in New York Prince non si lascia sfuggire l’occasione di muovere una forte critica all’imborghesimento culturale che regna nella metropoli nei primi anni ’80. La chiusa di International Lover è un congedo dall’ascoltatore al limite del comico, in cui l’artista rimarca la componente estatica del suo viaggio artistico. Allora lo lasciamo dire a Prince in persona: “Thank you for flying Prince International”.

Gaia Ponzoni

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