Agli sgoccioli degli stropicciati anni Novanta, una creatura esile e nervosetta, con il trucco perennemente sbavato e una sensualità punk dà vita a un album teatrale, destinato a diventare il suo piccolo capolavoro dal cuore nero: nel 1995 Polly Jean Harvey (in arte PJ Harvey), classe 1969, pubblica To Bring You My Love. Musicista, poetessa, attrice di film indipendenti, scultrice e pittrice, PJ Harvey è una delle dee dell’alternative rock che hanno fatto la storia e continuano a farla, mantenendo di diritto una posizione privilegiata nell’Olimpo della musica, riservata solo a quelli che riescono a lasciare un segno profondo.

Fuori dalla sua sala prove, l’Inghilterra degli anni Novanta: chitarre elettriche che spuntano come funghi di fianco ai singoli d’importazione di Celine Dion e Madonna, le dimissioni di Margaret Thatcher, gli eskimo degli Oasis, Disco 2000 dei Pulp, il revival anni ’60, le pettinature alla Beatles con una rediviva attitudine punk e le teste rasate degli Hooligans. Polly Jean è una ragazza della provincia di Yeovil, nel Somerset, e invece che in scorribande per le strade di “Madchester” passa un’adolescenza solitaria a dipingere, scolpire e venire a capo dell’educazione post hippie dei genitori, abbastanza progressista da farti diventare lo strambo del villaggio, se vivi in un comune di poco più di mille anime.

Qui studia il sassofono molto prima della chitarra elettrica e, nella solitudine della fattoria in cui vive con mamma artista e papà artigiano, comincia a elaborare una poetica tanto più affascinante quanto assolutamente ignara della retorica dominante di quegli anni. Qui nasce la Polly Jean che conosciamo: boa di piume intorno al collo e tacchi a spillo, lascia la campagna per la città. Una femme fatale atipica, completamente ignara di cosa ci sia “là fuori”, ma con tanto tempo e voglia di indagare su cosa ci sia “qui dentro”. Una giovane donna di 26 anni che si avvolge in succinti abiti dai colori vivaci e un po’ punk, che ama coprirsi le palpebre di azzurro brillante e le labbra di rosso accesissimo.

Il suo look, come quello delle più grandi icone della musica, è un’estensione della sua arte, di quella poesia viscerale con la quale fa esplodere ogni singola nota delle sue creazioni. Quello stesso azzurro e quel rosso ritornano nella copertina di To Bring You My Love, nell’acqua cristallina e nel vestito sanguigno, ma in questo caso i colori si rendono complici spietati di un inganno. Insieme al titolo dell’album, infatti, lasciano immaginare che la tematica dominante del disco sia l’amore nella sua componente più eterea. Non è così. Il disco sfoggia testi in cui tuonano sentimenti fortissimi dagli angoli più angusti dell’animo umano e risuona la più forte e affascinante delle dialettiche: quella tra odio e amore. In una serie di narrazioni lampo sfrecciano le eco impulsive di amori tormentati e si stagliano racconti immaginifici dal sapore amaro.

La title track, guidata dalla fragile chitarra di PJ Harvey, da lenti e ripetitivi giri blues e organi distorti, passa da melodie frastornanti ad altre più introverse e sottili. Un’atmosfera simile si ritrova in Working for the Man, un pezzo straordinario nel quale PJ Harvey, sensuale e accattivante, fa emergere tutta la sua delicata e sofisticata femminilità. Tassellata da beat essenziali, incursioni post rock e distorsioni che profumano di shoegaze, questo pezzo è una delle prove di come To Bring You My Love sia uno dei dischi in cui splende il talento vocale della Harvey. “Forsaken heaven, cursed god above, lay with the devil, bring you my love”, con queste parole della title track PJ Harvey sembra scendere direttamente agli Inferi per dialogare con entità oscure, con le allegorie di suoi demoni privati, così come accade anche in Teclo: una lentissima preghiera trascinata da accordi di chitarra ossessivi e seducenti che fanno da scenografia a un refrain tormentoso (“Let me ride, let me ride, let me ride on your grace for a while”).

Nel pezzo Down by the Water, cuore pulsante del lavoro, l’acqua è un ambiente tragico che avvolge in un abbraccio di morte una bambina dagli occhi blu. Il pezzo si apre contemporaneamente all’alternanza tra la voce e un organo sintetizzato. Si susseguono, in un gioco di subentri graduali, una batteria, degli strumenti a percussione e un intrigante insieme orchestrale nel quale si introducono i suoni taglientissimi di viole e violini, brevi e rapidi come frecce.

Pensare che tra i nomi dei musicisti che collaborano a questo pezzo, contribuendo a creare un ensemble magistrale di suoni, compare la violinista Jocelyne Pook, la compositrice che pochi anni dopo avrebbe prodotto la musica per una delle scene più inquietanti di Eyes Wide Shut (Stanley Kubrick, 1999), non solo è curioso ma, riflettendo per associazione di idee, il clima demoniaco che pervade il disco sembra essere connesso con questa scelta. Lo stesso Down by the Water, infatti, racconta una storia spaventosa di una donna che annega la propria figlia. Immagine resa ancora più inquietante dalle parole con cui sfuma il brano, sussurrate come fossero parte di una filastrocca esoterica: “Little fish, big fish, swimming in the water. Come back, here man, gimme my daughter”.

I Think I’m a Mother è un altro un sussurro, e il suo rockblues distorto, elegante e disperato, implode fortissimo, raccogliendo l’eredità di groove maleducati come quelli di Captain Beefheart in Safe as Milk (1967). In questo brano PJ Harvey è sia madre che figlia e spasima con una voce alienata, robotica, per condurre l’ascoltatore in punta di piedi nel dolore in cui affogano le ultime canzoni del disco. A chiudere l’album è The Dancer, una ballata noir in cui il canto sporco di PJ Harvey commuove e lascia l’ascoltatore in un angolo, inerme, come un osservatore ipnotizzato dalla sua danza senza tregua:Cause I’ve prayed days, I’ve prayed nights, for the lord just to send me home some sign, I’ve looked long, I’ve looked far, to bring peace to my black and empty heart”.

Il disco lascia spazio alla dolcezza, ma è davvero poco. L’amore stesso assume spesso le forme di una bruciante solitudine, mentre il dolore è afferrato violentemente dalla grinta congenita dell’artista o incanalato in sound arrabbiati, come in Long Snake Moan, tanto da far tremare anche i muri. Le influenze per questa lirica uterina e sanguigna si ritrovano nella scrittura graffiante di autori come Tom Waits e nelle prose caliginose di Nick Cave, suo compagno d’arte e, per un periodo, anche di vita. Il disco raggiunge un punto più luminoso e aperto con gli accordi rampanti di C’mon Billy e Send His Love to Me, brani in cui l’energia vitale viene però contaminata da quella vena di tristezza che accompagna ogni traccia del disco.

Gli anni in cui PJ Harvey sboccia definitivamente con To Bring You My Love sono ardenti di uscite che faranno la storia, sia della scena underground che di quella mainstream, anni che hanno generato star contemporanee, portate poi in vetta alle classifiche dagli adolescenti di inizio generazione: PJ Harvey è a cavallo tra le due scene, ed è riuscita a tenere testa a entrambe. Una presenza vocale capace di imporsi sugli arrangiamenti più rocamboleschi e fragorosi.

Nella sua variegata discografia, da lavori più vecchi come Rid of Me (1993) fino a Let England Shake (2011) e all’ultimo strabiliante The Hope Six Demolition Project (2016), i testi provocatori, sempre sopra le righe e tassellati da un’onestà chirurgica e ironica, hanno costituito nel tempo un tratto distintivo che l’ha differenzia dalla gran parte delle musiciste dell’epoca. “Quando scrivo una canzone visualizzo l’intera scena. Posso vedere i colori, dire l’ora del giorno, percepire lo stato d’animo, vedere il cambio di luce, le ombre in movimento, tutto è racchiuso in quella foto”, scrive PJ Harvey nel comunicato stampa che accompagna il suo ultimo disco. E in questa dichiarazione è racchiusa tutta l’essenza e la potenza della scrittura e della musica dell’artista.

Oltre al punk, al rock, al blues, all’indie rock e al brit pop la sua musica ha superato i confini di genere e non si è mai arrestata a quegli elementi che le hanno fatto scoprire il successo. Ancora oggi riesce a dominare il palco con concerti che avvolgono il pubblico come potenti performance artistiche e, anche grazie ad album come To Bring you My Love, PJ Harvey è e rimarrà un nome di rilievo nel panorama culturale britannico e internazionale. Quando ha scalato le chart internazionali è stata paragonata a Patti Smith. “Patti chi?” – ha replicato lei. Una sfrontata ragazza di campagna con un boa di piume intorno al collo, una femme fatale ingenua, che, forte soprattutto della sua irresistibile inconsapevolezza punk, ci ha consegnato questo piccolo capolavoro.

Valeria Bruzzi e Francesco Sacco