“One of these days I’m going to cut into little pieces!” esclama la voce distorta di Nick Mason in One of these Days, prima che il climax di basso elettrico esploda nel concerto strumentale del primo pezzo di Meddle. Siamo nel 1971 e la storia della musica mondiale parla con il rock ‘n roll: è l’anno di Sticky Fingers e Led Zeppelin IV, per citarne alcuni tra i tanti.

Un disco, il sesto dei Pink Floyd, uscito tra Atom Heart Mother e The Dark Side of the Moon, capolavori assoluti della discografia della band britannica. Ci vollero otto mesi nello studio di registrazione tra Abbey Road e il West Hampstead per convogliare una crisi creativa in uno stratagemma insolito e cervellotico: suonare ognuno per conto proprio e cercare di unire i materiali. Le idee iniziano a brillare, e lentamente prende corpo Echoes, non il brano più conosciuto – in Italia era One of these Days a spadroneggiare ogni sabato sera nella sigla del programma sportivo Dribbling –, ma il più importante: una suite di ventitré minuti che occupa tutto il lato B del disco, a ricalcare la struttura dell’album precedente.

Punto di partenza per il celeberrimo Live at Pompeii, Echoes si sviluppa dalle note di piano di Richard Wright, dalle quali lentamente iniziano a prendere forma le frasi di chitarra di Gilmour, fino a sfociare nelle inserzioni vocali firmate da Waters e cantate in armonia dalla coppia Gilmour/Wright. Un saliscendi emozionale tra atmosfere bucoliche e terre psichedeliche, tra lande desolate da ritrovare e rivivere, da percorrere attraverso cantati ariosi per poi fuggire lungo ritmiche serrate e danzanti.

Tra queste pietre miliari della storia della musica, si affaccia una sequela di brani minori, seppur di un certo livello: Pillow of Winds, Fearless (da cui il coro del Liverpool, You’ll never walk alone), San Tropez e Seamus – dal nome del cane di Steve Marriott, un amico della band, si sente abbaiare nel brano. Una terra sommersa tra due giganti, Meddle, ma già dall’identità chiara e distinta.

Pasquale Di Pace