The Downward Spiral è un disco sudicio, rabbioso, disturbante; un prodotto autentico degli anni ’90. I Nine Inch Nails, insieme ad altri gruppi di quel periodo come i Nirvana, avevano anche questo elemento a favore della loro rapidissima ascesa: potevano contare sulla rabbia e sul disagio di un’intera generazione di giovani americani. Ma non solo, i NIN avevano – o meglio, Trent Reznor, leader e principale autore della band – alle spalle anche le letture di Nietzsche, le grandi lezioni di Low (1977) del recentemente scomparso David Bowie e gli insegnamenti di The Wall (1979) dei Pink Floyd.

Il concept dell’album è una vicenda di una disintegrazione e di un progressivo allontanamento dalla società da parte di un individuo in cui è condensata una buona dose di autobiografia di Reznor, complici la sessualità sregolata, la droga e il pensiero antireligioso. Insomma, “Dio è morto”: per il protagonista non esiste più alcun punto di riferimento, così, scoperta la costitutiva fragilità dell’uomo, fugge nell’unico modo possibile, cioè il suicidio. In realtà non c’è alcun nome proprio che possa aiutare a identificare il personaggio, nonostante quell’”io” che ricorre ossessivamente; e non si tratta dell’”io” di una persona, ma di un generico “io” in cui chiunque può riconoscersi. Inoltre, i testi sono sufficientemente vaghi e “aperti” da lasciare tutta la libertà all’ascoltatore di trovare sé stesso in quelle parole tremende.

Ma davvero un disco così sgradevole merita di essere ricordato nell’ormai prestigiosa rubrica Music Tips? Assolutamente sì. Forse la sua carica distruttiva e disgustosa è più un motivo di vanto che di biasimo, ma, chiaramente, tutto dipende da cosa si vuole considerare con il termine “arte”. La pretesa di The Downward Spiral è fuori discussione: non vuole essere un “bel disco”, non cerca la Bellezza, quel luogo di “nobile semplicità e quieta grandezza” – per dirla alla Winckelmann –, vuole piuttosto evocare un gusto per l’orrido, per un luogo dal quale, normalmente, vorremmo stare alla larga.

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E allora? Cosa stiamo celebrando? Niente di più che la scelta della forma perfetta per un contenuto imperfetto. Il disco è geniale per la scelta di sonorità industrial – anche se non si tratta di una loro invenzione, in quanto risale almeno ai primi anni ’80 con i Ministry – e heavy metal, insieme a forti dissonanze armoniche. Piccolo esempio: nella strofa della travolgente Hurt, Reznor canta una terza maggiore (non presente nella tonalità del brano, in minore) mentre la chitarra suona un tritono. Una semplice dissonanza come questa, per la quale Mozart avrebbe storto il naso, è incredibilmente carica di senso. Il testo, d’altra parte, recita: “I hurt myself today to see if I still feel […] the needle tears a hole, the old familiar sting”, e si comprende allora la scelta estetica che sta dietro quella dissonanza. Musica e parola si stringono intensamente tra di loro in un abbraccio che risulta di forte impatto emotivo. Con buona pace di Winckelmann e Mozart, nonostante i NIN non suonino musica rassicurante, in The Downward Spiral siamo ancora nel terreno dell’espressione artistica ragionata e consapevole. Poi, non si creda che sia un disco del tutto inascoltabile: le parti vocali sono accattivanti e spesso cantabili – non solo urla feroci, ma anche spazi di intimo e tragico crooning, sempre in linea con l’intreccio interiore dei testi. Inoltre, partecipò alle registrazioni di questo “brutto disco” anche quel mostro sacro di Adrian Belew (ex King Crimson, David Bowie, David Byrne, Frank Zappa, Talking Heads).

Si ricordino anche le controversie legate a questo gruppo maledetto. In molti negli Stati Uniti, infatti, si chiesero che effetti potessero avere tematiche così dark (depressione, pensiero antireligioso, perversione) sulle nuove generazioni. Ma ben più rilevanti furono le accuse in seguito al massacro presso la Columbine High School nel 1999: come Marylin Manson, anche i NIN, seppure in misura molto minore, vennero additati come i responsabili dell’accaduto, in quanto molto ascoltati dai due giovani assassini.

Indubbiamente The Downward Spiral è stato uno dei lavori più innovativi e influenti degli anni ’90, basti pensare che proprio Marilyn Manson fu scoperto e prodotto da Trent Reznor. Non male per essere un pugno nello stomaco.

Luca Paterlini