1977. Anche in Italia la televisione diventa ufficialmente a colori. Bologna, invece, è soltanto rossa. Rossa e violenta. Lucio Dalla ha trentaquattro anni ed è al suo settimo disco, il primo da autore di musiche e testi dopo essersi allontanato da Roberto Roversi, suo autore fino ad allora. Il Paese è attraversato da funeste tensioni politiche e da un incendiario fervore artistico. Un’Italia dilaniata da profonde contraddizioni è lo sfondo di Com’è profondo il mare.

La title track apre il disco con una semplice chitarra acustica puntellata da un basso martellante e ripetitivo, incatenata nella forma canzone e volta a regalare immagini di senso, intuizioni oniriche sospese in un lirismo complesso e poco rassicurante. Il mare è lo sfondo sfolgorante dietro il carnaio, eterno contenitore di tutte le vicende umane, dove le storie spezzate e inesorabili si mescolano e si risolvono nell’illusoria pacificazione del verso conclusivo di ogni strofa, “com’è profondo il mare”.

E com’è profondo Dalla, che passa al setaccio le contraddizioni di una nazione in preda al caos più violento. Disincantato e ingenuo, Il cucciolo Alfredo passeggia tra le strade di Bologna, sanguinante figlia “di una stella così bella e violenta che si dovrebbe vergognare”, dove gli scontri nel centro e le reclame sono il sintomo di un Paese inutilmente crudele, che sa solo “sommare il danaro a una giornata più amara”.

Storie di clochard e di pregiudizio, l’eterno fardello di ogni epoca: il vociare vuoto della gente apre Corso Buenos Aires, il quarto degli otto pezzi del capolavoro di Lucio Dalla. Un brano che consegna alla storia la fotografia dell’ipocrita perbenismo borghese, superficiale e frettoloso, pronto a condannare per partito preso una persona perché “dev’essere uno slavo che dorme e ruba alla stazione”, terminando in un finale grottesco in cui una volante della polizia fa terra bruciata di tutti i passanti imbellettati.

Non un pezzo debole in Com’è profondo il mare, neanche quando la storia di una notte della celeberrima Disperato erotico stomp si intromette in un concept che sembra non lasciare vie di fuga. La goliardia dell’autore è calibrata su una sensibilità profonda come il mare, disillusa dal mondo intorno a sé. Quasi sei minuti di allegria. Ma poi, Quale allegria c’è “a far finta che sia sempre un carnevale”, nella ripetitività di una vita che sembra non avere altre possibilità? Come il Tenco di Vedrai vedrai, ma rassegnato, Dalla intellettualizza la condizione del lavoratore medio, costretto a trascinarsi da un nulla all’altro, facendo finta di essere felice anche se “tanto oggi è come ieri”.

Un disco che anche oggi cambia la percezione dell’esistenza, che si impone e fa scuola per intere generazioni di cantautori. Un disco che forse non si potrebbe più scrivere oggi, in una società che guarda il mondo come attraverso un acquario, dove i pesci affogano ma, tanto, sono sempre e soltanto “gli altri”.

Pasquale Dipace