Prendete i dieci rimatori più scaltri del rap italiano e rinchiudeteli in un antro insonorizzato, dove per una settimana echeggino ininterrottamente e alla rinfusa tutte le tracce dei sei cosiddetti “dischi bianchi” di Lucio Battisti. Poi reintroducete i suddetti rapper nel loro habitat originario: in un colpo solo avrete iniettato nel panorama musicale nostrano una salutare scarica di surrealismo, unita a un ancor più benefico eclettismo tematico.

I testi che il geniale paroliere Pasquale Panella ha concepito per questa pentalogia (capitolo conclusivo della carriera artistica di Battisti) sono infatti in continuo movimento, immuni ad ogni stagnazione: in una fuga di idee tanto fertile quanto esasperante, a ogni accapo dei testi corrisponde una svolta inaspettata, a ogni enjambement una smentita delle (poche) certezze degli ascoltatori.

Cosa succederà alla ragazza, uscito nel settembre 1992, è il quarto album della serie; il canto è ormai pericolosamente vicino al parlato: ogni residuo di lirismo vocale è rimasto stritolato tra gli inesorabili cingoli techno del carrarmato, composto da basso e batteria, pilotato dal produttore Andy Duncan, il quale spiana la strada a un’invasione di sillabe disposte in formazioni imprevedibili.

Nella title-track, il risultato è puro brutalismo poetico, in cui la base drum & bass sbalza in primissimo piano un testo di impersonale crudeltà recitato dall’asettico Battisti: la Ragazza eponima è perseguitata da impalpabili Essi, usciti forse da un cannibal-movie di Ruggero Deodato, che “la vogliono suonare appesa al campanile” e che soprattutto “la vogliono ricoprire di cioccolata”. Alla frammentazione cubista del racconto e alla sinistra assenza di empatia del narratore Battisti si sommano degli stridori elettronici e degli archi sintetici pesantemente kitsch, che – come luci stroboscopiche – illuminano gli scorci più raggelanti di questo psicodramma picassiano.

Novello Stregatto, Battisti si rilassa nelle sconclusionate concatenazioni di Tutte le pompe, esplicitando il proprio sberleffo – oltre che negli effetti wah-wah delle tastiere – nella memorabile immagine dei Cupidi, “i frecciatori dal culetto nudo”, che fanno marameo. Ecco i negozi però è molto più eloquente nel mostrare la libertà nell’interazione tra poeta e musicista. Inizialmente Battisti sembrerebbe non sapere cosa fare con i metri irregolari di Panella, e la canzone parrebbe stentare a partire… poi i versi cominciano a “girare” sempre meglio, creando col minimo della melodia il massimo dell’evocatività: “Così sei fortunata / hai trovato / il posto più esclusivo / della storia: / le pagine in cui Antonio/ con Cleopatra / si strapazzano ancora / come otarie”.

La metro eccetera è quanto di più vicino all’orecchiabilità quest’album possa offrire: spericolate digressioni su fauna e flora della metropolitana corrono – senza rispettare alcuna fermata, in un folle flusso di coscienza – sul basso sbuffante, mentre le tastiere creano il paesaggio sonoro di un convoglio giocattolo. Subito dopo però Panella si pente di essersi soffermato troppo su un ambiente specifico: ne I sacchi della posta, sfregiata da equivoci strombettii funk, esce all’aria aperta, zoomando su cose, fatti o persone (o parti di persone: “Lo zigomo, la tempia, il metatarso. Poi le scarpe, con i lacci o senza”). In Però il rinoceronte, Panella e Battisti si immergono sempre di più nel cuore di tenebra dell’ermetismo (o forse nel “centro dei carciofi tenerelli”), compiacendosi sottilmente dell’esoterismo culinario/zoologico dei propri versi e negando scherzosamente ogni spiegazione ai non adepti: “I riti i riti… ma che riti d’Egitto!?”.

Così gli dei sarebbero ritrova le vibrazioni della title-track in arrangiamenti tanto semplici quanto suggestivi; stavolta però la tensione non è motoria, bensì filosofica. Un passaggio esemplifica alla perfezione la poetica della “svolta improvvisa” coltivata dai due autori: “Così le salta in mente / che esistono gli dei”. Lo stesso vale per la traccia conclusiva, la soave Cosa farà di nuovo, in cui Battisti recupera in extremis una certa, agrodolce carica emotiva, “tra il giulivo e il triste”.

Tornando alla premessa dei dieci rapper sequestrati, va detto che l’ermetismo panelliano non è alla portata di tutti (il che non è necessariamente un male), eppure i “dischi bianchi” comunque offrono una lezione tanto fondamentale quanto accessibile: insegnano a minare alla base i luoghi comuni e a scomporre ciò che è apparentemente familiare. Non c’è ambito come la canzone italiana, rap incluso, in cui l’introduzione del Perturbante potrebbe scatenare un fertile terremoto.

Andrea Lohengrin Meroni