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Dandy
vampireschi e “mediagenici”, lussuosi glamrocker e diafani mannequin dei più languidi e desolati malumori dark-wave, i Japan di David Sylvian sono una delle gemme più preziose e complesse che il rock ci abbia mai regalato. Ed è con il loro capolavoro Gentlemen Take Polaroids (1980), sospeso tra spiritualità orientale e tecnocrazia occidentale, che si confermano maestri di esotico escapismo, nonché fautori delle serpentine elettroniche del krautrock, dei brusii evanescenti della musica ambient e del fatiscente fascino del glam-rock.

Aperta dal fievole luccichio di una tastiera ostinata e dalle ossessive pulsazioni elettroniche di Steve Jansen, la title track è una vetrina per la voce spettrale e seducente di David Sylvian. Forte di un ritornello anthemico e straziante, Gentleman Take Polaroids trasuda influssi etnici, cristallizzati nel mormorio sacrale del cantante durante la lunga strumentale del finale. Per aggiungere sensualità alla fredda geometria dei loro suoni, i Japan puntellano la successiva Swing con rapsodiche figurazioni di tromba che, precedute dal cantato insidioso e magnetico di Sylvian, regalano all’ascoltatore uno dei più intensi momenti di epifania musicale del disco. L’armamentario sintetico di Burning Bridges scandisce invece il trionfale ingresso di Gentlemen Take Polaroids nel krautronico regno del futuro, fatto di spettri metallici, atmosfere glaciali, superfici sonore trattate e scarnificate e micro cellule melodiche ripetute all’infinito. Emblematica a tal proposito è The Experience of Swimming: evocativa e ineffabile, la traccia si configura come un’ondeggiante danza di sintetizzatori, la cui medesima leggiadra fluidità viene riproposta in The Width Of A Room, una marcia cadenzata di tastiere in processione.

Quando i suoni tipicamente necromantici dei Japan incontrano il tenue neoclassicismo del brano Nightporter, una successione di accordi pianistici che avvolge in una sottile garza il lirismo vocale di David Sylvian, siamo ormai giunti in prossimità di Taking Islands In Africa, il brano che riassume tutti i momenti salienti dell’album. Seconda forse solo a Gentlemen Take Polaroids, la traccia combina infatti gli influssi orientali del disco alle robotiche spigolosità synth-wave, sospinta da una sublime melodia vocale che adesca l’orecchio dell’ascoltatore con la stessa irrefutabile efficacia della title track.

Federica Romanò