Se è vero che il valore di un artista emerge anche dalla sua capacità di mettersi in discussione, Listen Without Prejudice Vol. 1, secondo disco solista in studio per George Michael uscito nel 1990 dopo il successo travolgente di Faith del 1987, è la perla celata della produzione artistica del cantautore anglo-cipriota. Quasi completamente scritto, arrangiato e prodotto da George Michael stesso, è probabilmente uno dei dischi meno compresi a fondo della storia del pop, assai lontano dal successo commerciale del primo lavoro solista dopo il debutto negli Wham!.

Già dal titolo l’invito di Michael è quello di approcciarsi all’ascolto senza aspettarsi un proseguimento della sua produzione artistica com’era stata fino a quel momento. Il disco nasce infatti in un periodo di forti tensioni fra il cantautore e la sua etichetta, la Sony – rappresentata in America dalla Columbia –, contro la quale Michael intenterà anche una causa nel 1992, denunciando una promozione morbida da parte della stessa. Proprio per questo il Vol. 2 non verrà mai pubblicato, se non nella riedizione totale postuma uscita nel 2017.

Listen Without Prejudice rappresenta la prima volta nella storia della discografia in cui un artista si rifiuta di mettere la sua faccia su un proprio prodotto: nasce così un disco che vive di vita propria, tenuto in piedi dalla credibilità dei testi, degli arrangiamenti e del concept di fondo. Nessuna promozione per spingere l’album in classifica. Da star di fama mondiale, Michael fa un passo indietro e ritorna in mezzo alla gente: via le giacche di pelle, i capelli meshati e l’attitudine da macho. Dev’essere la musica la protagonista. Così, l’immagine di copertina è una folta platea di spettatori e i videoclip non vedono il cantante protagonista.

È in questo modo che nasce quello che forse si può ritenere un nuovo modo di realizzare video musicali: Michael contatta la sua amica Naomi Campbell e le chiede di convincere le altre top model del periodo a partecipare al video di Freedom! ‘90. Naomi Campbell, Linda Evangelista, Christy Turlington, Tatjana Patitz e Cindy Crawford: questi i volti pop protagonisti del videoclip del pezzo, che, anche per questa scelta, ebbe un successo commerciale incredibile. I riferimenti al suo passato artistico non mancano, e così la clip assume anche un valore iconico: una giacca di pelle che prende fuoco o un jukebox che viene distrutto da una chitarra rappresentano la fine di un periodo che Michael vuole chiudere.

Freedom! ‘90 è il manifesto del disco: il “‘90” per distinguerlo dal brano omonimo del periodo Wham!, per sancire il cambio di passo. “All we have to do now is take these lies and make them true somehow”: questa la frase cantata più volte nel singolo e che introduce a un viaggio, il cui punto di arrivo è una ritrovata consapevolezza del proprio valore artistico.

Un viaggio che mostra chiare le sue influenze. È vicino all’impegno sociale di John Lennon nell’apertura di Praying for Time, quando canta “And it’s hard to love, there’s so much to hate, hanging on to hope when there is no hope to speak of”. Esegue una delle migliori versioni di They Won’t Go When I Go a detta dello stesso Stevie Wonder che firma il brano. Arriva addirittura a rielaborare You Can’t Always Get What You Want dei Rolling Stones in Waiting for That Day.

https://www.youtube.com/watch?v=-AlPZ4_LsSs

Registri diversi trovano spazio all’interno del disco: ora più cupi da Praying For Times a They Won’t Go When I Go, da Cowboys and Angels a Mothers Pride, ora più allegri da Freedom! ‘90 a Something to Save, da Waiting for That Day a Heal the Pain e Soul Free, fino ad arrivare alla conclusione sospesa di Waiting (Reprise). Se musicalmente il disco affronta diversi sali-scendi emotivi nella sua lunghezza, dal punto di vista lirico si tratta di una produzione “impegnata” da capo a fondo: il peso delle aspettative, l’amare una persona del proprio stesso sesso, la piaga dell’HIV.

Una forte componente autobiografica, che per il periodo in cui uscì ebbe un valore innovativo e anticipò mode e consapevolezze future del mondo della musica. Basti solo pensare che due anni dopo, nel 1992, il mondo saluterà Freddie Mercury, morto prematuramente a cause di complicanze dovute all’AIDS. Per il Freddie Mercury Tribute Concert dello stesso anno Michael eseguì quella che da molti viene ritenuta la migliore interpretazione di Somebody To Love dopo quella di Mercury stesso. Questo era George Michael.

 Gaia Ponzoni