Che l’album del suo rilancio “commerciale” (dopo il mezzo flop di No Reason To Cry nel 1976) venisse ancora ascoltato quarant’anni dopo l’uscita, Clapton poteva solo sognarlo. Ma è proprio nell’anno dell’annuncio del suo definitivo ritiro (non il primo, a dire il vero) che Slowhand guadagna in sapore e aromi, come un buon vino invecchiato sulle rughe del chitarrista ormai settantaduenne. Tuttavia non si tratta di un album che è appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori: tra il sound intramontabile della sua Stratocaster e l’andamento trascinante dei nove brani, Slowhand esce dal mondo ristretto dei tecnici delle sei corde per avvolgere l’ascoltatore nell’atmosfera di canzoni scritte in stanze fumose e buie.

“It was a haven, a sanctuary. The music counterbalanced the difficulty in my personal life. The strength of Slowhand was in the people playing together”. Con queste parole Clapton ha rievocato, in una chiacchierata di un anno fa con “Rolling Stone America”, il making dell’album, facendo anche preciso riferimento al suo pesante alcolismo di quegli anni. Proprio in questo spirito collaborativo risiede la forza di Slowhand, che vede la partnership di grandi musicisti allora in formazione – Carl Radle al basso, Dickie Sims alla batteria e Jamie Oldaker alla chitarra – e quella indiretta dei bluesmen del passato – su tutti Arthur “Big Boy” Crudup, autore della versione originale di Mean Old Frisco. Il disco acquista così l’aspetto di una proficua mescolanza di suoni blues, rock e pop, che gravitano in moto centripeto intorno alle dita e alla voce del chitarrista.

Basta posare la puntina sull’LP per venire travolti dall’attacco di Cocaine: figlio dell’amico J.J. Cale, il brano è riarrangiato con energia da Clapton, che lo arricchisce con un carattere elettrico più pronunciato e, soprattutto, con due assoli d’autore. Aperte le danze, il ritmo si calma subito con la più classica delle ballate: Wonderful Tonight, avvolta dagli armonici dell’organetto, è una marcia nuziale di suoni dolci e rassicuranti, che quasi fa da preludio al singolo country Lay Down Sally, cantato dalla voce cristallina di Marcy Levy e interpretato alla perfezione dal picking di Clapton. La voce del chitarrista si fa roca e sommessa in Next Time You See Her, per poi riproporre con estrema delicatezza We’re All The Way di Don Williams, sempre insieme alla Levy. The Core è il vero fulcro blues-rock dell’album: più di otto minuti di jam sulla base di un riff di chitarra graffiante, nei quali si intrecciano iconici assoli di chitarra, organo, sassofono e la voce grintosa della Levy. La chitarra folk di May You Never e la cover Mean Old Frisco, ricca di slide e sonorità old school, accompagnano alla nona e ultima traccia, la strumentale Peaches and Diesel: fotografia del Clapton musicista e compositore, è l’addio a sei corde di Slowhand.

Il risultato di questo calderone di sonorità è una sorprendente armonia generale. Slowhand è diventato in breve tempo un album iconico nel panorama blues-rock, facendo assurgere definitivamente Clapton all’Olimpo dei più grandi chitarristi di sempre. Proprio di un sanctuary si tratta: un lavoro destinato a rimanere impresso nella storia della musica e nel cuore di chi quel lontano 1977 lo ha vissuto ma anche dei nostalgici degli amplificatori valvolari e delle sigarette lasciate a bruciare fra le corde.

Riccardo Colombo