Parafrasando il titolo di una vecchia commedia di William Wyler intitolata Come rubare un milione di dollari e vivere felici, un eventuale biopic dedicato a Nile Rodgers potrebbe opportunamente chiamarsi Come produrre album inconsistenti e fare tutti felici. Nel 1983 infatti Rodgers, fondatore del gruppo disco-funk Chic, è stato l’artefice di un miracolo all’interno della carriera di David Bowie, escogitando gli scintillanti e inconfondibili trucchetti che hanno permesso a Let’s Dance di diventare l’album di maggior successo dell’ex-Duca Bianco a dispetto della sinistra invasione di cover e brani senza vera ragion d’essere. Lo stesso anno Rodgers è entrato nella vita dei Duran Duran firmando un remix dopatissimo e di straordinario successo del singolo The Reflex, tratto dal già abbastanza fortunato Seven and the Ragged Tiger, che aveva però il difettuccio di essere infarcito di brani tanto deboli quanto ingioiellati (Cracks in the Pavement e I Take The Dice) prodotti in modo troppo generoso da Alex Sadkin.

Dopo tre anni caotici e sempre in bilico sulla vetta della propria buona stella, imbeccati anche dalle vendite pazzesche del singolo Wild Boys (frutto tonitruante della seconda collaborazione con Nile), i Duran Duran hanno avuto il buon senso di mettersi completamente nelle mani di Rodgers. Questi non solo è l’uomo giusto per occultare con bellurie molto chic gli eventuali vuoti creativi, ma (a differenza del pur dotatissimo Sadkin) è anche abbastanza accorto da non esagerare, evitando così di dare l’impressione di fare troppo rumore per nulla. Nella maggior parte dei casi, almeno. L’album che ne risulta, Notorious, ha tante mancanze, ma la sua eleganza (nella particolare accezione che il termine poteva avere negli anni Ottanta) è innegabile. Questo quarto lavoro in studio dei Duran Duran è torrido e refrigerante, due caratteristiche piacevolmente contrastanti che nessuno degli LP successivi potrà vantare.

La title-track è un ghiotto banchetto nuziale tra suoni analogici e sintetici, in cui tastiere, chitarre e fiati – tutti ossessionati dal proprio micro-tema – riescono a trovare una giocosa sintonia. American Science mette in luce le facoltà seduttive dei membri superstiti del gruppo (Roger Taylor si era dato alla macchia a causa dello stress, mentre Andy Taylor era in rotta con i colleghi): John Taylor pizzica allusivamente il suo basso, Simon Le Bon ostenta i suoi falsetti ancora freschi, mentre i sintetizzatori di Nick Rhodes aleggiano carismatici. Come bonus il sostituto di Andy, Warren Cuccurullo, offre uno dei suoi assoli contorti e distorti. In Skin Trade Simon Le Bon si spinge ancora più in là con la sua vocazione da sopranista, mentre il brano si sviluppa con la regolarità di una marcia a rallentatore scandita dal batterista Steve Ferrone, che si guadagna i suoi momenti di gloria pur restando sempre controllatissimo. A Matter of Feeling anticipa le sonorità contrite del successivo Big Thing, ma ogni volta che la canzone si affida troppo alla vena lirica di Le Bon (energico ma fallace) interviene Nick Rhodes a sdrammatizzare coi suoi fronzoli di tastiera, mentre solo l’accuratezza della produzione riesce a tirare i remi in barca in Hold Me, in cui Simon è calante in un modo molto poco sexy.

Con Vertigo (Do The Demolition) l’album riprende quota e calore, alternando strofe straziate da drammatici boati di fiati (che rimandano alla bondiana A View To A Kill) a un ritornello ancheggiante, sospinto dalle chitarre funk che sono le regine indiscusse anche della farcitissima So Misled. Segue Meet El Presidente, avventurosa e radiosa nel suo esotismo di maniera, così come uno dei brani più ignorati del Bowie spompato degli anni Ottanta: Tumble And Twirl (da Tonight). Per par condicio, dopo queste temperature elevate segue Winter Marches In, con cori sintetici che aprono spifferi siberiani in un album perlopiù godereccio. Proposition investe le energie residue senza molta coerenza: i synth cozzano con tutto il resto, ma – nella visione dogmatica di chi scrive – Nick Rhodes ha sempre ragione, quindi la colpa non può che essere degli altri.

A dispetto del finale stridente, Notorious è un album molto meritevole, da prendere in blocco, in cui gli episodi più gracili possono essere visti come delle sfide rivolte a Nile Rodgers, per mettere alla prova la sua capacità di produrre album inconsistenti e fare tutti felici.

Andrea Lohengrin Meroni

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