Per essere una data così recente, il 2013 sembra lontanissimo, perlomeno in ottica musicale. Per il pop britannico è stato un anno ricco di promesse rinnovate e piuttosto seducenti, dal suggestivo disseppellimento dei Visage, dopo quasi trent’anni, con l’album accoratamente revivalista Hearts and Knives, alla réentrée dei Suede, dopo un silenzio decennale, con un disco a tinte forti come Bloodsports.

Ma il ritorno più clamoroso ed eccitante è stato quello di David Bowie con The Next Day, la cui copertina suggeriva un auto-da-fé, un’imminente tabula rasa del glorioso passato del suo autore; il contenuto però si era rivelato una summa del meglio del Bowie maturo che – come recita il proverbio – aveva imparato l’arte e l’aveva messa da parte, in piena continuità (almeno a livello di vocalità e di arrangiamenti) se non con la chiusura a ribasso di dieci anni prima, Reality (2003), almeno con l’amaro Heathen (2002), il primo album del nuovo millennio – e quindi “della terza età” – di Bowie.

Tanto bastava per vagheggiare un titolo alternativo per The Next Day, cioè il georgelucasiano A New Hope. Ma sappiamo fin troppo bene che questa speranza di una nuova stagione di infinita prolificità è stata disattesa nel più crudele dei modi dall’inatteso decesso di Bowie occorso il 10 gennaio del 2016, a soli due giorni dall’uscita di Blackstar, conseguentemente sviscerato dalla critica e dal pubblico alla ricerca di messaggi criptati lasciati dal suo geniale artefice.

Ciò concorre a far sembrare il 2013 una data remota e l’aura di maledettismo che circonda Blackstar – opera d’arte totale a tal punto da includere la scomparsa del suo autore – ha oscurato l’astro dell’album precedente, in cui Bowie appariva non come un condannato a morte né come un profeta, bensì come un superstite trasgressivo e gagliardo, a dispetto del depistaggio operato dal primo malinconico e spaesato singolo, Where Are We Now?, con il suo videoclip artatamente deprimente.

The Next Day è un album dalle tematiche disparate e dai molteplici umori, ed è questo il suo principale pregio nonché il motivo di distinzione rispetto agli album precedenti, da hours…’ (1999) in poi. La tracklist è tutta giocata sui contrasti: al feroce attacco di The Next Day, con la sua linea vocale quasi mono-nota eppure straordinariamente espressiva e col suo testo crudamente anticlericale (“They know that God exist / ‘cause the devil told them so”), segue il passo stentato di Dirty Boys, con ottoni spompati che cadenzano il passo del vecchio bullo da quartiere evocato dalle parole di Bowie.

All’ampio respiro sensualmente apocalittico della strepitosa The Stars Are Out Tonight (che sembra quasi una riscrittura migliorativa della più limitata Looking For Water di Reality) si oppone l’asfittica e cacofonica Love Is Lost, marcata a fuoco da un organo elettrico alienato.

Alla nostalgia all’ennesima potenza di Where Are We Now? viene contrapposta in modo quasi derisorio la giocosa Valentine’s Day, in cui Bowie rispolvera l’ironica nasalità delle sue interpretazioni del periodo Ziggy Stardust. L’asimmetria dell’ipnotico patchwork di If You Can See Me viene arginata dalla rigidezza (anti)militare di I’d Rather Be High, messa in burla da coretti ubriachi. La dubitatività delle strofe di Boss Of Me è ribaltata dalla scervellata marcetta Dancing Out In Space, in cui la chitarra sognante è sovrastata dall’assertivo 2/4 della batteria.

La contenuta follia della sbilenca How Does The Grass Grow? è contraddetta dalla franchezza heavy di You Will Set The World On Fire (parente stretta della sottovalutata title-track di Reality), mentre la strappalacrime You Feel So Lonely You Could Die, che vanta una tra le melodie più estese dell’album, viene messa a confronto con l’asettico brano conclusivo, Heat, in cui – come nei pezzi più oscuri di Scott Walker – soltanto gli archi offrono qualche squarcio di luminosità.

Le tenebre di questa chiusa tendono le mani verso il successivo Blackstar, eppure l’impressione conclusiva di The Next Day – lasciando da parte il senno di poi – è quella di un album energico e vitale in cui l’immersione nell’oscurità è soltanto una recita. Beata illusione…

Andrea Lohengrin Meroni