Chi ama i Daft Punk sa che gli anni che terminano col numero sette hanno un significato particolare. I due tour Alive del duo parigino sono infatti datati 1997 e 2007. Ma giunti agli sgoccioli di questo 2017, poco resta da sperare in un terzo, nonostante le collaborazioni dell’anno scorso con The Weekend (Starboy e I feel it coming) abbiano indotto nei fan vane aspettative.

Allora, nell’attesa di un ormai improbabile miracolo, perché non tornare alle origini?

Discovery, secondo album dei Daft Punk pubblicato nel 2001, all’alba del nuovo millennio, segna la consacrazione internazionale del duo di DJ francesi Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, tracciando il sentiero di una rivoluzione musicale che proseguirà fino allo straordinario Random Access Memories (2013).

Se nel 1997 Homework, il loro disco d’esordio, aveva celebrato con graffi e crudezza la musica house (portandola a esalare i suoi ultimi respiri), in Discovery è la riscoperta (in un gioco di parole forse non così casuale) della disco-music a fare da protagonista: una scelta che porterà all’album una fruibilità globale e un’irriverente scalata delle classifiche internazionali, tale da piazzare ai primi posti brani che non erano neanche stati promossi come singoli (ad esempio Face to face).

L’impatto che Harder, Better, Faster, Stronger ebbe sulla cultura di massa è innegabile: basti pensare alla campionatura utilizzata da Kanye West per la sua Stronger. E se non può dirsi lo stesso di tutti gli altri brani, va menzionata la chitarra che invade Aerodynamic, che pare ripresa – solo per citare un esempio – dagli Strokes nel brano OBLIVIOUS.

A detta degli stessi Daft Punk, Discovery è un album di nostalgie, un tentativo di campionare e tessere in musica sogni e ricordi lontani nel tempo e nello spazio. “Before I knew it, this dream was all gonecanta la voce di Digital Love, brano che guarda dritto nel futuro e profetizza l’odierna fusione di sentimenti e tecnologie, di emozioni e bit, secondo un’evoluzione dei rapporti sociali che forse neanche dieci anni fa saremmo stati in grado di immaginare. I momenti esplosivi del disco (Crescendolls e High Life) hanno da contraltare la delicatezza placida di brani come Something About Us e Veridis quo.

Discovery è come un viaggio dentro un videogioco governato da un’incredibile ricercatezza estetica e dalla leggerezza della disco-music. Ancora oggi, dopo averlo riascoltato per intero, non si desidera altro che farlo ripartire: di nuovo, un’altra volta. “One more time.

Margherita Cardinale

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