21 novembre, 1995. Mentre negli Stati Uniti si consumava il periodo commerciale più florido per l’hip hop e Tony Bennett vinceva il suo sesto Grammy, la carriera di Bruce Springsteen si trovava davanti a uno snodo fondamentaleDopo un lungo tour e la vittoria dell’Oscar per la miglior canzone originale (Streets Of Philadelphia), Springsteen era pronto a disilludere il pubblico che, a seguito del trittico di album iniziato nel 1987 con Tunnel of Love e finito nel 1993 con Human Touch e Lucky Town, lo vedeva come emblema paradossale dell’eroe locale soffocato dal sogno americano.

Tra un MTV Unplugged, riconoscimenti e cerimonie come quella d’inaugurazione del Rock n’ Roll Museum a cui presero parte anche Chuck Berry, Jerry Lee Lewis e Bob Dylan, l’agenda personale dell’instancabile cantautore americano era fittissima, ma non abbastanza da impedirgli di dedicarsi a un nuovo capitolo della sua carriera. La grande attesa dei fan per un un ritorno alle sonorità heartland rock che resero Springsteen uno degli artisti più redditizi del ventesimo secolo fu scansata da un disco intimo, privo della carica inesauribile che contraddistingueva i lavori di Springsteen fin da Born in the USA (che proprio in quel periodo compiva il suo undicesimo anniversario).

The Ghost of Tom Joad è il Muro del Pianto della discografia di Bruce Springsteen, orfano del contributo della E Street Band: dodici tracce che si distinguono per lo storytelling legato allo sconforto e all’emarginazione, ispirato da scenari western e letture evocative come Furore di John Steinbeck. Proprio la titletrack, infatti, prende spunto dal protagonista del romanzo di Steinbeck e dalla sua trasposizione cinematografica diretta da John Ford, ma anche dal brano Tom Joad di Woody Guthrie.

L’album, inoltre, si rivelò un’occasione per Springsteen di proporre titubanti spunti di riflessione in merito al mandato da Presidente degli Stati Uniti d’America di George H. W. Bush, che a cavallo tra il 1990 e il 1991 usò spesso il termine “Nuovo Ordine Mondiale” durante i suoi discorsi sulle Nazioni Unite (“Men walkin’ ‘long the railroad track / Goin’ someplace there’s no goin’ back / Highway patrol choppers comin’ up over the ridge / Hot soup on a campfire under the bridge / Shelter line strechin’ round the corner / Welcome to the New World Order”, The Ghost of Tom Joad).

La speranza dei fan di ascoltare un seguito del fortunatissimo Born in the USA si infranse, ma la sorpresa di poter riascoltare una versione più profonda del “Boss” legata alle radici folk di Nebraska (1982) portò l’undicesima fatica in studio di Springsteen a vendere 107.000 copie nella prima settimana e ad aggiudicarsi il Grammy al miglior album folk contemporaneo nel 1997.

Sempre nel 1995, durante il Bridge School Benefit, un concerto organizzato annualmente fino al 2016 da Neil Young, Bruce Springsteen si presentò per un’esibizione acustica, affermando, prima di suonare The Ghost of Tom Joad, che la situazione al senato dell’epoca avrebbe reso il Paese ancora più diviso. Un breve discorso che, a distanza di ventitré anni, suona ancora attuale.

Christopher Lobraico