Il 1963 è l’anno di debutto negli Stati Uniti di Bob Dylan, una delle più importanti figure musicali degli ultimi cinquant’anni: sale sul palco del Newport Festival (Rhode Island) e nasce The Freewheelin’ Bob Dylan , uno dei suoi primissimi capolavori. The Freewheelin’, infatti, non fu solamente il secondo album in ordine cronologico di Bob Dylan, fu anche e soprattutto il lavoro che lo consacrò come cantautore, riflettendo per la prima volta l’essenza del musicista che Robert Allen Zimmerman fu da quel momento in poi, durante tutti i suoi meravigliosi anni di carriera. Eppure The Freewheelin’ non nacque con queste pretese: fu creato da un ragazzo che sparse su accordi di chitarra e sul suono di un’ armonica – sua fedelissima compagna per la vita – parole d’amore, di protesta, di indignazione, di pace e di speranza e un’interiorità genuina.

È in questo album che dimora la magnifica e famosa Blowin in the wind. Il brano ebbe l’onore di aprire emblematicamente l’album e costituì la prima occasione per Dylan di fare breccia nel cuore del grande pubblico: interpretato anche dal trio Peter, Paul & Mary, lanciò il giovanissimo musicista nel mondo intero. Spesso, infatti, sono il più semplice dei versi o la più semplice delle parole ad avere la potenza evocativa più grande; e questo valse per Blowin’ in the wind, il cui messaggio ebbe una forza tale da riuscire a trasformarsi in un inno senza età, immortale. Con un brano cucito su accordi tutto sommato ordinari e su una voce ancora tremolante da ragazzo, Bob Dylan riuscì a trovare lo spirito e le parole di cui l’America aveva bisogno, arrivando – e qui risiede il potere della poesia di Sua Bobbità – a trasfigurarli in un valore universale, capace di invitare a riflettere l’uomo di ogni epoca.

Molti dei brani di The Freewheelin’ si nutrono di parole socialmente e politicamente impegnate, forti e ironiche, talvolta intrise di tristezza e rabbia, relative ad argomenti verso i quali l’America di Dylan ventiduenne era particolarmente sensibile, tra cui la lotta per i diritti civili e per l’uguaglianza sociale contro le discriminazioni razziali. In questo Dylan poté trovare nella musica e nei testi di Pete Seeger e Woody Guthrie dei padri esemplari. L’anno di nascita di The Freewheelin’, inoltre, fu lo stesso in cui risuonò lo storico “I have a dream” di Martin Luther King durante la marcia su Washington per i diritti civili a cui lo stesso Dylan partecipò insieme alla cantante Joan Baez. Ed è proprio in questo album che il brano Oxford Town ricorda e denuncia il caos seguito all’ammissione del primo studente di colore alla University of Mississippi. He comes to the door, he couln’t get in, all because of the color of his skin, what do you think about that, my friend’? sono parole brucianti, che dall’alto di una semplicità disarmante e senza paura si rivolgono dritte come frecce alle menti e alle coscienze, trattando di un presente ferito da troppe ingiustizie.

Insieme a Oxford Town, i brani Master of War e Talkin’ World War III Blues sono quelli che più di tutti vengono marchiati a fuoco da rabbia e contestazione, toccando l’argomento ancora incandescente della guerra. Masters Of War, con un arpeggio ripetitivo e martellante che non si da pace, ripetitivo come i “voi” contro cui Dylan si appella e punta il dito nella prima strofa, è una forte e violenta invettiva contro l’industria bellica e contro tutti i fomentatori degli ideali di guerra. Le feroci parole di Dylan non cedono però mai all’enfasi o alla volontà di fare del sensazionalismo, non si scompongono e rimangono eleganti nella loro spietatezza: un gioco di forze espressive che solamente la maestria di un poeta può creare. In Talkin’ World War III Blues, come preannunciano il giro ammiccante di accordi di apertura e il suono vivace dell’armonica, è un brano colmo di ironia che si rifà a quel blues parlato e quasi improvvisato tanto amato da Woody Guthrie. Il tono e il testo sfiorano il grottesco, ma è nel tragicomico che si percepisce forte e chiara la volontà di spingere riflettere sul senso di terrore lasciato agli uomini dalla guerra. Ancora oggi Talkin’ World War III Blues riesce a strappare un sorriso amaro e tristemente cosciente di fatti accaduti in una Storia neanche troppo lontana da noi.

L’ipnotica A Hard Rain’s A-Gonna Fall chiude gli occhi e si lascia andare al racconto di tormenti e sofferenze della storia più recente, elevandosi a grande allegoria. Strutturata a filastrocca e ispirata a Lord Randal – una ballata della raccolta English and Scottish Popular Ballads del 1710 – ripercorre le immagini di un terribile incubo collettivo fatto di autostrade di diamante e alberi dai rami sanguinanti che profumano di inferno dantesco, ma anche di immagini meno visionarie e fantastiche che, forse proprio per il loro essere più reali, risultano ancora più terrificanti: I saw a highway of diamonds with nobody on it, I saw a black branch with blood that kept drippin’, I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’, I saw a white ladder all covered with water, I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken, I saw guns and sharp swords in the hands of young children, and it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard rain’s a-gonna fall. A Hard Rain’s A-Gonna Fall è un brano di disperazione, nato dal senso di terrore e di vuoto che solo la guerra ha potuto infondere negli uomini. Dylan, quindi, preannuncia allegoricamente un’apocalisse tramite un immaginario che risente dell’influenza del racconto biblico.

L’espressività poetica di Dylan riuscì a superare, già con The Freewheelin’, i vincoli del genere della semplice canzone popolare e trascese l’ortodossia del folk socialmente impegnato, riuscendo a far convivere perfettamente in uno stesso lavoro tematiche politiche pungenti accanto a un’interiorità profonda caratterizzata da sentimenti messi completamente a nudo. Emblematica a tal proposito è la stessa copertina dell’album, che ritrae il giovane Bob Dylan mentre passeggia spensierato abbracciando la ragazza di cui ai tempi era innamorato, Suze Rotolo: sono proprio questi i sentimenti di serenità che Dylan vuole trasmettere, al fianco dei quali sporgono la testa anche velleità di rivolta, rabbia e avvilimento.

bob dylan

Probabilmente fu l’amore per questa ragazza di origine italiana a introdurre all’interno dei brani di The Freewheelin’ una forte componente emozionale e sentimentale. My baby took my heart from me, she packed it all up in a suitcase, Lord, she took it away to Italy, Italy: con queste parole di Down the Highway Dylan affida a un giro blues il sentimento di privazione e sconforto che lo angosciava a causa della lontananza della fidanzata, trasferitasi a Perugia per studiare. L’incantevole Girl From the North Country, che Dylan interpretò anche con il noto cantautore Johnny Cash, è uno dei pezzi più intensi e più commoventi dell’intero album insieme a Don’t think twice it’s all right. Girl From the North Country è un brano di cui ogni ragazza innamorata vorrebbe essere la destinataria; Bob non avrebbe potuto scegliere un giro di arpeggi più dolce per accompagnare la sua voce, carica di un romanticismo nostalgico e delicatissimo, con cui manifesta la volontà di sapere al sicuro colei che un tempo fu il suo grande amore e che ora è lontana “nella terra del nord”. Per questo brano Dylan raccolse un’antichissima ballata della tradizione inglese, Scarborough Fair – la cui melodia fu successivamente ripresa anche da Paul Simon.

La voce ruvida e nasale che lo caratterizzava già da giovane in The Freewheelin’, motivo per cui non fu apprezzato da molti, è proprio la peculiarità che contraddistingue ogni sua singola canzone, permettendogli di entrare nel vivo di menti e cuori di ogni generazione. In Don’t Think Twice, It’s Alright, in particolare, la voce di Bob Dylan emoziona come non mai; un morbido e insieme allegro arpeggio dal sapore lievemente country sembra voler cullare i suoi tormenti e fare da ninna nanna alle sue inquietudini di innamorato. Ma non è semplicemente una canzone d’amore, è piuttosto un dialogo con se stesso, in cui Dylan cerca di mascherare con toni sarcastici il suo dolore per la perdita della ragazza che amava, ormai lontana, combattuto tra il contraddittorio desiderio di fuggire via e la speranza di sentire un’ultimissima parola di lei che lo spinga a restare.

The Freewheelin’ è per eccellenza un album senza tempo, sanguigno e delicato. È uno di quei dischi che, per gli amanti del genere, rimarrà sempre attuale e stimolante per la sensibilità intellettuale ed emotiva di ogni generazione.

Valeria Bruzzi

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