Esistono tanti film brutti che semplicemente decidiamo di non guardare. Ma esiste un film talmente brutto che non si riesce a smettere di guardare. Un film brutto, ma fatto col cuore: The Room. “L’importante è che se ne parli” affermava Oscar Wilde. Diciamo che in questo caso, neanche se ne parlò molto. Il silenzio è stato rotto solo qualche anno fa grazie al racconto autobiografico di Greg Sestrero, The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made (2013), che fece emergere i retroscena di questa assurda pellicola. Il recente adattamento cinematografico, The Disaster Artist, che ritrae l’ambigua figura di Tommy Wiseau e le vicende legate alla creazione di The Room (prodotto, sceneggiato, interpretato e diretto da lui e finito nel dimenticatoio), ha fatto tornare il film alla ribalta. Ma come ha fatto un film così brutto a diventare un fenomeno underground?

Dal punto di vista tecnico, si nota fin da subito un’assurdità: fu girato sia in analogico (35 mm), sia in digitale e usando il green screen. Un’operazione che nessuno aveva tentato prima, proprio per l’insensatezza della stessa, soprattutto perché si prevedevano degli effetti speciali. Ma il genio incompreso di Wiseau non si fermò qui. Passiamo a snocciolare la sceneggiatura. La trama è piuttosto semplice: lui, lei e l’altro, Johnny (Tommy Wiseau), Lisa (Juliette Danielle) e Mark (Greg Sestrero). Johnny è un uomo benvoluto dai suoi amici, il classico ragazzo della porta accanto, lavora in banca (lo direste dal suo outfit?) ed è astemio. L’unica persona a non accorgersi del suo virtuosismo è la fidanzata bride to be Lisa, che lo accusa di violenza domestica e lo tradisce con il suo migliore amico Mark.

Tralasciando per un attimo la mono espressività di Wiseau, tale da rendere Ben Affleck un attore incisivo, il dramma romantico segue un filo logico, se non fosse per tutte le sottotrame mai sviluppate che rendono la pellicola un minestrone nonsense. I nuovi personaggi vengono introdotti in maniera poco chiara, si inseriscono nella trama principale senza mai trovare un epilogo e scompaginando ogni regola della narrativa. Lo spettatore non può far a meno di chiedersi: che senso ha averli introdotti? Il caso di Denny (Philip Haldiman) può aiutare a capire.

Denny è adolescente che è stato cresciuto da Johnny come un figlio. Quando discute con il suo spacciatore fino ad arrivare a una colluttazione sulla terrazza dell’ultimo piano di un edificio, i protagonisti intervengono prontamente e il ragazzo riesce a salvarsi. Qual è il problema di questa scena? Tralasciamo per un attimo il quesito su come Johnny, Lisa, la madre di Lisa e Mark abbiano udito la colluttazione e siano riusciti a salvare tempestivamente il (nemmeno troppo) piccolo Denny.

Il vero quesito è: perché è stata inserita la suddetta scena, come si collega al resto della trama e, soprattutto, come si concludono poi i problemi di droga di Denny? Ancora più nonsense sono i dialoghi tra Lisa e sua madre, in particolare quando l’anziana signora accenna al suo cancro al seno e alla sua dipartita: la notizia non smuove minimamente Lisa, che continua a lamentarsi di Johnny. Come finirà la vicenda della madre? Il pubblico non lo saprà mai.

Il film tenta di dipingere il dipanarsi di una crisi di coscienza (non si è capito bene di chi), che si concretizza nei dialoghi privi di logica, e in un vero e proprio caos narrativo. La schizofrenia generale si alimenta inoltre di scatti d’ira che non portano a nulla di fatto, come nella frase iconica “I did not hit her”, che precede la risata creepy di Johnny sulla terrazza, e l’ancor più rappresentativa “You are tearing me apart Lisa”, in cui Wiseau tenta di impersonare un James Dean d’altri tempi. I dialoghi non portano ad alcuna conclusione, si ripetono ossessivamente e fanno continui salti pindarici. Il risultato è una sorta di cortometraggio moltiplicato fino a raggiungere la durata di un film, composto da frasi iconiche che vengono ricordate, ma non per la loro brillantezza.

Lo scult non si ferma qui. È ben presente anche nelle scene erotiche: l’archetipo hollywoodiano (salvo eccezioni) prevede una o due scene intime, che vengono mitigate in qualche modo. Wiseau, invece, forza lo spettatore ad assistere a un erotismo forzato e démodé, condito di rose rosse, tende traslucide, mugugni insensati e un sedere che nessuno ha chiesto di vedere. La finalità? Non ci è dato saperlo. Come non ci è dato sapere tante altre informazioni su The Room: dove ha trovato i soldi Wiseau? Quanti anni ha Wiseau? Da dove arriva Wiseau? Perché ha un accento nordeuropeo? Sappiamo solo che il budget stimato del film fu di 6 milioni di dollari, provenienti interamente dalle tasche del bizzarro “cineasta” e perlopiù spesi in distribuzione e marketing, incassandone 1800.

Un capolavoro del trash. Un film che, nonostante non abbia avuto praticamente incassi, è diventato un cult di bruttezza, entrato nella testa dei cinefili delle ore notturne, che ripetono le battute, ormai diventate iconiche, e lanciano cucchiai di plastica (nel film ne compaiono diversi). Brutto inconsapevolmente, a differenza degli scult più recenti quali Sharknado, riesce a deludere e sorprendere contemporaneamente. The Room è come guardare un capolavoro del cinema al contrario: ogni scena è perfettamente sbagliataE allora, perché guardarlo? The Room è l’elogio del disastro, come un incidente in tangenziale: quando ci passi davanti sai che non devi guardarlo, ma non puoi fare a meno di rallentare e osservarlo.

P. S. L’epilogo non lo spoilero, ma sappiate che è la ciliegina sulla torta.

Daniela Addea