È stato presentato allo scorso Festival di Cannes, ha avuto una distribuzione via Netflix a partire dal 13 ottobre e vanta un cast fenomenale, nel quale compaiono Adam Sandler e Ben Stiller, due dei volti più noti della commedia americana, la vincitrice di ben due premi Oscar Emma Thompson e uno dei divi della New Hollywood, Dustin Hoffman: si tratta di The Meyerowitz Stories, conosciuto anche con il titolo The Meyerowitz Stories (New and Selected). Cronaca di una famiglia irrimediabilmente disastrata, il film ricorda, per tema e andamento narrativo (nonché ambientazione), alcuni film di Woody Allen come Io e Annie o Manhattan, ma anche la nota pellicola di Wes Anderson I Tenenbaum.

Attraverso un sapiente lavoro di montaggio ellittico, il film si presenta diviso in capitoli che coprono diversi archi temporali e narrano le storie dei membri della famiglia, concentrandosi dapprima sui protagonisti della vicenda, i fratellastri Danny e Matthew Meyerowitz (Adam Sandler e Ben Stiller), e in seguito analizzando nello specifico il loro incontro e i loro rapporti con il resto dei familiari. La facciata è quella di una tipica commedia sentimentale non priva di battute divertenti incastonate nella fitta tessitura dei dialoghi, che mette a dura prova la capacità dello spettatore di carpire le informazioni importanti all’interno del vortice di parole scambiate tra i personaggi. Non mancano neanche scene e sequenze che, sempre inserite al momento giusto, movimentano l’andamento della pellicola e sorprendono piacevolmente scatenando una risata. La riflessione sottesa a questa apparente leggerezza, che in fin dei conti non è non è poi così nascosta, è davvero difficile da digerire: la vita dei due fratelli Danny e Jean è stata scombussolata dall’abbandono del padre Harold, che ha preferito rifarsi una vita e concentrare tutto il proprio assillante amore sul loro fratellastro Matthew. Nonostante ciò, è proprio intorno al vecchio Harold e alla sua terza moglie che si costituisce il nuovo nucleo nevralgico di una famiglia sfasciata, che ritorna sulle macerie del proprio passato per (ri)costruire legami di sincero affetto.

Inquadrature e situazioni si ripetono nel corso del film, secondo una sorta di andamento ciclico. Un esempio è la sequenza in cui Harold scatena una corsa per le vie di New York coinvolgendo prima Danny e, nel capitolo successivo, Matthew; situazione che in entrambi i casi viene accompagnata da un motivo di pianoforte simile a quello delle commedie mute. Ciò che il regista trasmette è l’atteggiamento nevrotico che pervade la famiglia Meyerowitz, aspetto che emerge in particolare dai dialoghi tra padre e figli incapaci di ascoltarsi, le cui conversazioni si riducono a parole reiterate e vuote: Harold non fa che decantare il successo del figlio favorito, Matthew, e le proprie doti di scultore di un tempo, criticando i colleghi che hanno avuto più successo di lui solo perché si sono venduti alle logiche di mercato; mentre i figli, ormai stanchi di ascoltarlo, cercano invano di spostare l’attenzione su altro, finendo vittime del loro stesso vortice di parole. La dinamica tra padre e figli si ripete costantemente senza svilupparsi mai: Danny vorrebbe odiare il padre per averlo abbandonato e per aver preferito Matt, ma non ci riesce, e per tutta la vita cercherà di impressionarlo e vederlo fiero di lui; Matthew, dal canto suo, si sente soffocare dalle attenzioni e dalle aspettative che il padre ha sempre riversato su di lui e desidera semplicemente essere se stesso.

A maturare veramente sarà invece il rapporto che lega i due fratelli, incredibilmente diversi: uno è un padre casalingo, pianista di talento a tempo perso, perennemente in calzoncini corti; l’altro è un businessman di successo che vuole avere tutto sotto controllo, ma che spesso perde di vista ciò che è davvero importante. Confrontandosi sui loro problemi di natura completamente diversa, Matthew e Danny riescono a darsi forza l’uno con l’altro, a riscoprire, non senza qualche difficoltà, il vero significato della parola “famiglia” e rispettivamente a perdonare di più e a non lasciare del tutto impunito qualche atto di viltà.

Giulia Crippa