Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, diretto da un grandioso Roman Polansky, esce nel 1968, ed è conosciuto come un classicone del genere horror, accanto a pellicole memorabili come, per rimanere in quegli anni, L’Esorcista e Non Aprite Quella Porta. A differenza però di queste pellicole, tendenti allo splatter, per Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York si parla di vero e proprio cinema d’autore. La potenza del film risiede nella sua paralizzante atmosfera, che avvolge lo spettatore in un abbraccio di morte sempre più stretto. Non è un film che spaventa, niente salti sul divano né altro sensazionalismo, solo un logorante e sempre crescente malessere.


Forse, le parole del filosofo tedesco Martin Heidegger potrebbero aiutare nell’analizzare le sensazioni suscitate da questo film: il suo saggio Essere e Tempo (1927) è un punto di partenza intrigante. La paura ha, per Heidegger, il carattere della minacciosità e della dannosità. “Ciò che fa paura è sempre un ente che si incontra nel mondo”, che si parli di un oggetto, un animale o una persona fisica; ci viene incontro in maniera graduale e più ci si avvicina più comprendiamo che potrebbe anche non colpirci, ma non per questo smettiamo di averne paura. La paura, inoltre, ha delle varianti: lo spavento, quando l’ente ci piomba improvvisamente addosso – il rumore che prende di soprassalto Rosemary e la sua nuova conoscenza in lavanderia? –; l’orrore, quando “ha il carattere dell’estraneità più completa” – Satana nella scena del sogno erotico? – ; il terrore, quando l’ente si presenta come qualcosa di orribile e spaventoso – la violenza che Rosemary subisce dal marito, l’inquietante Dott. Sapirstein, e dagli altri condomini quando sta per partorire.


L’angoscia, invece, si presenta con un significato diverso: l’ente che la provoca è totalmente irrilevante e “non è in nessun luogo”. L’angoscia ci isola dal mondo, nei confronti del quale ci sentiamo spaesati e a disagio; si pensi alla sequenza onirica in Rosemary è sdraiato sul letto che galleggia in un mare infinito, o alla classica “paura del buio”: non siamo di fronte a qualcosa di definibile e identificabile, dal buio potrebbe saltare fuori qualsiasi essere spaventoso, come il Babadook, l’uomo nero o – che ne so? – Renato Brunetta.

Rosemary's_Baby_(1968)_Roman_Polanski

Il film segna un interessante sviluppo da un’iniziale condizione angosciosa a una finale di paura, passando per le sfumature intermedie. Il minaccioso nella prima parte del film non è, infatti, in alcun luogo: appena accennato dal sogno satanico di Rosemary, diventa via via più riconoscibile nello strano comportamento dei personaggi. E se all’inizio siamo inconsapevoli di quello che potrebbe accadere, verso la fine iniziamo a identificare quella minacciosa cerchia di individui che si stringe attorno a Rosemary. Allo stesso modo anche lo spettatore si sente messo all’angolo: è gettato nel film, da cui riceve spaesamento prima e un danno – metaforico, certo, dell’Ave Satana finale – poi.
La fotografia dalle tonalità grigie, ma non per questo vuote di estrema intensità estetica, e la musica sono gli ottimi strumenti di cui il regista si è servito per strappare lo spettatore dal suo quotidiano contatto con il mondo per gettarlo in uno stato di totale disagio, culminante nell’agghiacciante nenia che chiude il film.

La tragica ironia della sorte ha voluto che il proprio 9 agosto 1969, poco dopo l’uscita nelle sale di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, la moglie di Polanski, la splendida attrice Sharon Tate, venisse uccisa, gravida, insieme ad alcuni amici nella villa in cui abitava insieme al regista. Mente, ma non fautore, del diabolico piano fu Charles Manson – fondatore di una setta religiosa satanica nata nel 1967, la The Manson family – spinto dal desiderio di vendicarsi per il rifiuto da parte della Columbia Productions di scritturarlo. Quella notte Polanski non era a casa, si trovava a Londra per motivi di lavoro riguardanti, appunto, Rosemary’s Baby –Nastro rosso a New York.

Film horror dotati di una così raffinata carica emotiva sono rari, soprattutto se ci avviciniamo ai giorni nostri, in cui slasher e sensazionalismo sembrano essere ormai diventate le parole d’ordine. Eppure le eccezioni non mancano: The Others (2001) di Alejandro Amenábar – regista premiato nel 2004 con un meritatissimo Oscar al miglior film straniero per Mar Adentro – propone la stessa lugubre atmosfera, data da una presenza ignota nella casa isolata; e anche un altro bellissimo horror/thriller spagnolo, The Orphanage (2007). Insomma, l’horror d’autore non sembra essersene completamente andato; semmai, si è preso un po’ di vacanza.

Luca Paterlini

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